Ombre in evidente crisi d’identità

       

Saigon, Vietnam.

Il motivo per cui corro è per tenermi in forma, ma ogni tanto mi domando se sto scappando da qualcosa oppure se sto inseguendo me stesso.

Corro di primo mattino lungo gli spazi più o meno verdi di Saigon, laddove gli spazi sono più verdi nel dirsi che nel loro verde.

Attorno a me contemplo, con lo sguardo che merita, un parco di per sé deserto ma pieno di gente.

Nel deserto non accade nulla, accade soltanto ciò che pensi, ma il problema è che qui, a migliaia di miglia da dove sono nato, m’imbatto costantemente in me stesso: quasi a ogni angolo incontro qualcuno che mi saluta, che probabilmente mi conosce, ma alla fine è sempre me stesso che incontro, mio malgrado.

Mentre il sole libera le ombre messe in carcere dal tribunale della notte, mi giungono da lontano i rumori della città: tanti, confusi, e tutti giusti.

I passeri mi chiamano dalle cime degli alberi: devo far loro pena, sempre per terra, mai in volo.

Mi vien voglia di riprendermi tutti gli odori, i colori e le ombre che mi appartengono, compresa la mia, in evidente crisi d’identità.

Colto in flagrante da quell’episodio dell’immaginazione che chiamiamo realtà, travolto da quel riflesso illusorio dei processi cerebrali che è la nostra mente, io continuo a correre in tondo nel parco, scappo da qualcosa inseguendo me stesso lungo evanescenti sentieri di presunta trascendenza.

Come colui che voleva arrivare al sole rincorrendo la propria ombra, si ritrovò a guardare l’astro nascente da dietro che, nel pieno dell’alba mattutina, raffigurava se stesso in un tramonto senza eguali, mentre rotolava via la pietra della notte per emergere, pallido e incerto, ma trionfante, nel giardino di questa nostra parte di mondo.

Correndo a perdifiato in un dilagare d’alba e di raggi di sole il tempo sembra dilatarsi, perde di senso, pur continuando a marciare nascosto negli orologi.

Probabilmente a passare sono solo i minuti, ma di fatto a me sembrano ore, anni, secoli. In questo lasso di tempo percepito potrebbero essere nate e poi scomparse intere civiltà. Son convinto che se Einstein potesse intuire insieme con me l’ampiezza di questi momenti, riscriverebbe le sua teoria della relatività.

Rallento, mi fermo, cerco di riprendere il fiato che ho lasciato dietro a me. Alzo gli occhi e mi ritrovo nel medesimo punto di partenza.

Ero convinto di aver percorso chissà quali grandi spazi all’interno di chissà quali grandi cronotopie temporali, figli di chissà quali grandi relatività teoriche, ma mi ritrovo nello stesso punto di partenza… ma ne è valsa la pena? È valsa la pena tardare a preparami ad esistere con la scusa del correre per tenermi in forma?

Sì, ne è valsa la pena, ne deve sempre valere la pena. È un’illusione, senza dubbio, ma non c’è niente di male a traversare l’esistenza dentro la bolla dell’illusione, di una qualunque illusione che ci possa distrarre dalla precarietà di questa nostra condizione di esseri umani.

Ne vale la pena, sempre. Sarà poi l’esperienza a fare da bussola nella giungla di cose che valgono la pena e non.

La vita definisce la scala delle priorità, e se mai incontrerete nei parchi saigonesi un occidentale un po’ attempato, mal stagionato, a correre perdifiato con un viso rubizzo da infarto imminente, in preda di allucinazioni spaziotemporali, inseguendo l’illusione del tenersi in forma fin a sfiorarne la pateticità, bene, non prendetevela: evidentemente la pateticità è una sua priorità.

Siate gentili con lui, mandategli un saluto quando lo vedete…