Chi sono

       


Paul Valenti: emigrante dell’inconsueto

Malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia!”, nel 1995 sono approdato in quel del Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

Utilizzo questo spazio virtuale come un piccolo palcoscenico di emozioni surrogate dove far recitare i miei riverberi esistenziali di profugo dell’Altrove, e dove posso usare liberamente l’ironia come veicolo per trasportare carichi emotivi altrimenti per me troppo pesanti.

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Nel 2012 ho pubblicato il libro “Io amo me stesso ma è amore non corrisposto”, che raccoglie riflessioni ironiche e semi-serie (più “semi” che “serie”) ispirate dal mio ruolo di “emigrante”. Un ruolo che mi sono ritagliato addosso 20 anni fa dandomi all’esilio volontario, a quella strana emigrazione di quei tempi dettata più dal troppo lavoro che dalla mancanza dello stesso.

Scrivo con una certa costanza riflessioni e racconti tratti dal quotidiano vivere, affidandomi a una sana stravaganza combinata a onesto fatalismo, necessari per poter vivere e sopravvivere in Asia.
Lungo un viaggio inatteso attraverso il Vietnam di ieri e di oggi, cerco di cogliere gli aspetti più o meno ironici della condizione di emigrante dell’inconsueto a cui appartengo. Cerco tra i risvolti del patrimonio umano e culturale che mi circonda, osservo dinamiche a volte incomprensibili e decisamente affascinanti per chi, come me, ha passato una vita dando per scontato la sorprendente imprevedibilità dell’esistenza umana.

 

 

 

L’intervista

Dove vivevi in Italia, prima di trasferirti in Vietnam, e che lavoro facevi?
Ho vissuto i miei “anni italiani” nella poco nota provincia di Vercelli, una frigida zona collocata tra un mare di risaie e una montagna di Alpi.
Dopo le epopee di una gioventù vissuta tra le righe dell’incoscienza, sempre alla ricerca di fughe da una realtà che banalmente ritenevo banale, non so bene come, e non so bene quando, mi sono ritrovato a nuotare nell’ovvietà di un posto fisso in fabbrica a galleggiare a fatica sull’infamia di un lavoro che non mi piaceva. Dato che la vita è troppo corta, oppure è troppo lunga, perché ci si possa permettere di viverla male, a un certo punto della mia mediocre esistenza, alla tenera e significativa età dei 33 anni, avevo deciso come nelle fiabe di mettere in pratica quel desiderio di diserzione comune a molti: mollare tutto e volare via. Ritengo che a volte è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.

Cosa pensano (e cosa pensavano) i tuoi parenti e amici italiani della tua scelta di vita?
Sono sempre stato attratto dall’Altrove, dall’esotico esistenziale, e chi mi era attorno ne era cosciente. Già all’età di 20 anni avevo vissuto per parecchio tempo in Inghilterra, e anche quando ero di base in Italia ogni occasione era buona per farmi un viaggio in qualunque “altrove” più o meno lontano. Quindi, quando ho preso la decisione di mollare tutto (che non era comunque poi tanto) e trasferirmi in Asia, molti hanno approvato la mia scelta, mentre altri ne hanno semplicemente preso atto. Forse era più che altro la destinazione a preoccupare. Negli anni ’90 il Vietnam era percepito come un Paese oscuro, inquietante, e creava una certa apprensione anche solo il proposito di andarci per una breve vacanza. Immaginatevi un po’ quando ostentavo la mia intenzione di andarci invece a vivere definitivamente…

Cosa ti ha colpito del posto in cui stai vivendo ora?
Tornando a quanto detto sopra, il posto mi ha fortemente colpito perché era veramente “Altrove”! È stato emotivamente molto forte l’impatto con il Vietnam di vent’anni fa, tant’è che mi veniva difficile concepire un altrove più estremo e, nello stesso tempo, non riuscivo ad immaginarmi in qualunque altro Altrove…

A metà anni Novanta Clinton aveva revocato l’embargo in Vietnam. È stato uno dei motivi che ti ha spinto a scegliere il Vietnam? Se avessi trent’anni oggi, allora, sceglieresti Cuba come meta per trasferirti?
No, il post-embargo trova i due Paesi in una condizione reale e percepita molto differente, cosa che oggi non mi spingerebbe a trasferirmi a Cuba (probabilmente resterei in attesa di spiragli dal fronte nordcoreano…).
La fine dell’embargo americano contro il Vietnam, a metà anni Novanta, gettava le premesse per il dischiudersi di un Paese fino a quel momento sconosciuto e inquietante. Addirittura, per molti di noi in Occidente, il nome “Vietnam” non era sinonimo di Paese, ma piuttosto lo si associava a una brutale guerra che portò alla mortificazione dell’esercito americano. Solo più tardi ha preso la dimensione geografica di una nazione inserita nel panorama mondiale, non solo nella sceneggiatura di un film hollywoodiano.
Ben differente è l’attuale situazione di Cuba, da decenni nota destinazione turistica e con pochi misteri da svelare. A quel tempo, oltre all’attrazione immaginaria ed estetica che subivo nei confronti del Sud-Est asiatico, il Vietnam aveva il fascino di una nuova frontiera da scoprire e da metaforicamente conquistare per primi, seppur con tutti i rischi vari ed eventuali ad essa connessi.

Qual è la difficoltà principale che hai dovuto affrontare quando sei arrivato in Vietnam?
L’essere tagliato fuori dal mondo, con limitatissimo accesso a notizie e informazioni, catapultato in una realtà tanto diversa come era quella del Vietnam nel 1995. Considerando però che bisogna già essere portatori di una sana follia, combinata con un onesto fatalismo, per decidere di trasferirsi da queste parti negli anni ‘90, ammetto di avere superato questa ed altre difficoltà abbastanza in fretta, tanto era la mia curiosità e il coinvolgimento per questo nuovo mondo che mi aveva accolto. Ancora oggi incontro gente che ammira il mio coraggio di avere abbandonato tutto e essere venuto a vivere in Vietnam però, diciamoci la verità, coraggiosi sono coloro che, nel nostro mondo occidentale, ogni mattino s’alzano e vanno a lavorare in fabbrica o in ufficio e che lavorano tutto il giorno ad intensi ritmi; oppure coloro che il lavoro non ce l’hanno proprio e che fanno enormi sacrifici per mantenere la famiglia. Questi sono da ammirare: coloro che resistono malgrado le ciclopiche difficoltà da affrontare e che ancora non si sono abbandonati alla fuga da se stessi rifugiandosi nell’Altrove, se non con la fantasia… Se ti sai gestire, il Vietnam ti permette di ritagliare un tuo piccolo angolo di mondo decisamente meno affannoso e inquieto, per non dire spensierato, di quanto te lo permettano i nostri Paesi occidentali più sviluppati, con tutte le loro complicazioni di un vivere sofisticato e per certi versi innaturale.

Ho letto che ritieni che il processo di integrazione di un occidentale in Asia non potrà mai completarsi in modo totale. Ci spieghi questo concetto?
Penso che ben difficilmente l’integrazione di un occidentale in Asia possa mai realizzarsi completamente, Purtroppo, o per fortuna, tra Occidente e Oriente c’è un enorme abisso culturale, più profondo di quel che può apparire, e forse è proprio questo il bello… Siamo, noi e loro, individui sociali portatori di identità così diverse nella loro componente psicologica strutturale, nella percezione e interpretazione della realtà, quotidiana ed esistenziale, che diventa difficile avere dei codici di riferimento comuni sui quali costruire una compatibilità prospettica profonda. Semplificando un poco, possiamo dire che noi approfondiamo, loro generalizzano; noi cerchiamo l’evento, loro lo temono; noi siamo collerici, loro indifferenti; noi abbiamo fretta, loro attendono le trasformazioni silenziose insite nelle cose… e così via.
Ci deve essere rispetto, ci deve essere tentativo di condivisione, ma la totale integrazione è una fiaba che la superficialità porta a credere, ma che è difficilmente realizzabile.

Com’è la gente in Vietnam?
I vietnamiti sono di solito portatori di cordialità, di ottimismo innato, di tolleranza e disponibilità ataviche. Un po’ come noi italiani, tengono molto ai valori tradizionali della famiglia e dell’ospitalità. Anche loro, come in generale tutti gli asiatici orientali, si esprimono inconsapevolmente tramite paradossi e incongruenze, perlomeno secondo i nostri parametri d’orientamento. Quel che si vede e si sente spesso non è che l’ombra di una cosa, e ciò che pare la realtà è spesso solo teatro: quel che sembra non è, quel che è non sembra.
L’abisso culturale che divide la cultura occidentale con quella orientale può a volte implicare delle incomprensioni che, se male interpretate, possono portare noi occidentali a combattere contro immaginari mulini a vento, contro giganti presenti di solito solo nelle pieghe culturali delle nostre menti. Per questo non bisogna mai essere troppo seri in Asia: non c’è spazio per la serietà, altrimenti finirà col rodere tutti gli altri sentimenti.

Ci racconti il tuo rapporto con la scrittura?
Non ho mai interpretato la scrittura come un saggio di cultura o di abilità tecnica in grado di reggere l’attenzione di sconosciuti lettori, bensì come il trasferire su carta riflessioni o turbamenti che mi passavano per la testa e, soprattutto, per lo stomaco.
Mi rendo conto, nel mio piccolo, di appartenere a quella moltitudine infinita di scrittori, o presunti tali, con la malcelata speranza o presunzione di essere pregiati un giorno dello stemma nobiliare di “autore gradito”, cosa sinceramente piuttosto difficile, se non improbabile…
A volte lo scrivere è una buona scusa per non occuparmi delle cose da fare, della vita pratica che mi circonda, permettendomi di sfumare in una realtà parallela e di abitare in uno stato intermedio, tra luoghi e tempi diversi. Finchè sono immerso in quel mondo di parole sussurrate, mi sembra di riuscire finalmente a scappare dalla vita che mi insegue con tutti i suoi doveri da compiere, le sue pretese, le sue rivendicazioni.

Torni spesso in Italia? Senti che la tua vita è ancora divisa in due tra due continenti, o vieni in Italia solo in “vacanza”?
Ci torno quasi ogni anno, inevitabilmente in estate: penso potrei morire di freddo se dovessi incappare in un inverno di quelli seri… Non sono mai stato un amante del gelo e tanto meno lo sono oggi, abituato come sono alle stagioni tropicali, che vanno dal piuttosto caldo al molto caldo passando attraverso il periodo caldo. Bellissimo!, specialmente se, quando necessario, puoi usufruire di quel balsamo artificioso di benessere e refrigerio che è l’aria condizionata.
L’Italia è una splendida destinazione di vacanza, e come tale la considero. È sicuramente uno dei Paesi più belli: a volte bisogna girare mezzo pianeta per comprendere tutte le qualità che l’Italia sa esprimere, con le sue sfumature di bellezza e di simmetria culturale. Però, sinceramente, dopo molti anni in Asia avrei parecchie difficoltà a riadattarmi al quotidiano italiano: sarei probabilmente una sorta di “disadattato sociale”, benevolmente parlando. Il problema (o il beneficio) di questa parte di mondo è che l’Oriente, col tempo, ti cresce prima addosso e poi dentro, fino al punto che poi non riesci più a immaginarti altrove.

Cosa ti manca di più dell’Italia?
Sinceramente… niente di particolare, oltre naturalmente ad alcuni affetti rimasti là, che ho comunque modo di rivedere ogni volta che vi faccio ritorno.
Beh, forse l’unica cosa che mi manca, della quale amo impregnarmi quando sono in Italia, è l’atmosfera che si respira nelle nostre città d’arte: il loro elegante proporsi con la tranquillità dei forti, i rumori ovattati delle piazze, i colori tutti giusti e ben combinati, il suono lontano delle campane, gli spazi riempiti di ordinario elevato a straordinario. Insomma, l’anima della nostra civiltà, che nel suo genere ritengo ineguagliabile.

Com’è leggere notizie sull’Italia da un Paese straniero?
Troppo spesso noi italiani non ce ne rendiamo conto ma, malgrado il nostro atteggiamento autolesionista, l’Italia ha ancora una fantastica reputazione qui in Asia. L’Italia affascina, è riconosciuta come una “superpotenza culturale”, è sinonimo di eleganza e di qualità. Dovremmo secondo me concentrarci più sulle nostre virtù, mostrare più spesso i nostri pregi, che sono tanti, piuttosto che sbandierare masochisticamente i nostri difetti, che sono comunque altrettanti.
Visto da lontano il panorama italiano è troppo litigioso, a volte si litiga nevroticamente pur essendo d’accordo solo perchè vengono dati significati diversi alla stessa parola. Tutto questo è impensabile in Paesi come il Vietnam, dove l’anima confuciana considera l’armonia sociale il fondamento della civilizzazione di un popolo.
Riguardo alla crisi economica e morale che sta attanagliando l’Italia (e non solo), mi ha colpito un’atroce ma perspicace frase di Severgnini che rispecchia un po’ la percezione che ho dall’estero, che diceva “Gli italiani hanno scelto: meglio un declino dolce di una risalita faticosa”. Mi auguro vivamente che tale prognosi sia completamente errata e che si lasci da parte almeno per un po’ la devastante cultura degli alibi e, invece di maledire il buio, gli italiani provino una volta per tutte ad accendere la luce!

Adesso è marzullamente arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…
Domanda: Stai facendo ciò in cui credi o ti stai adeguando a ciò che fai? Risposta: Sto cercando di fare ciò in cui credo adeguandomi a ciò che faccio…