Chiedi al vento di restare

       

Aprile 2017 – Da Nang City, Vietnam

Le cinque e mezza. Il pomeriggio sta andando di traverso al giorno e il tramonto sta per andare in scena con tutta la sua eleganza mentre il sole ti prende di fianco e le ombre si coricano a dismisura. Questo è il momento più bello della giornata, quando è troppo tardi per recuperare il tempo perduto, quando la luce è più morbida e ci si concede un drink al posto di un sonnellino, si perdonano i propri vizi, si scrivono lettere invisibili e ci si accompagna fuori da questa giornata sprecata, vissuta nel sollievo di non avere alcuno scopo.

Anche oggi trascorro il tardo pomeriggio ai bordi della spiaggia ad osservare la specie umana in assetto balneare che migra dall’acqua alla terra (gli occidentali, pochini), e dalla terra all’acqua (gli orientali, tantissimi), e a cercare con l’occhio remoto, sordo alla luce, quell’orizzonte lontano che è dentro di me.

Potrei sembrare uno che non fa nulla, e infatti lo sono, lo sto non facendo. Ho l’hobby di rendere palese il vuoto.

Appartengo a quella scuola di pensiero che ritiene un buon metodo cercare di ottenere il massimo con il minimo sforzo, per tre buoni motivi. Prima di tutto, perché il massimo che ottengo è di solito un buon risultato, e comunque mi soddisfa. Poi, perché il minimo sforzo ti permette di avere molto tempo libero. Infine, perché ho notato che quelle volte in cui mi sono sforzato di più, paradossalmente ho ottenuto di meno, e comunque non abbastanza da giustificare lo sforzo eccessivo.
L’audacia non è uno dei miei difetti, ma la dissimulazione è forse una delle mie caratteristiche.

Dopo una passeggiata nei dintorni tenendo al guinzaglio me stesso, mi siedo davanti a un Mojito dall’orrendo gusto salmastro ma servito con un tale garbo da sembrare quasi buono. Non vorrei sembrare banale, ma questi sono gli attimi in cui mi pare di essere attraversato da quella parola impronunciabile e abusatissima che si chiama felicità, attimi in cui non sono lo spettatore di me stesso, ma probabilmente sono proprio me stesso, una persona piuttosto che l’approssimazione di una persona.

Ne sono certo, qui, in questa precisa intersecazione di tempo e luogo, si incontrano due realtà che sembrano escludersi a vicenda: la vita e l’eterno!

E da qui osservo il piacevole teatrino che l’universo attorno ha deciso di mettere in scena usando come sfondo l’arco blu dell’oceano che incontra l’oltremare del cielo.

C’è chi gioca con il proprio cane lanciando instancabilmente palle o bastoni: tra i cani si deve essere sparsa la voce che gli umani lanciano sempre un qualcosa, se poi glieli si riporta. C’è chi, curvo su se stesso, cerca con dita sottili di estrarre note legate alla chitarra. E c’è chi, invece, semplicemente resta spaparanzato sulla sabbia, che è poi la maggioranza dei partecipanti a questo istintivo ed inconscio appuntamento di massa quotidiano.

Restano spaparanzati pienamente appagati da quel tanto o da quel nulla che accade attorno a loro. Qui tutti attendono serenamente che non succeda quasi nulla, aspettano insieme agli altri in attesa di trovare un motivo che li faccia muovere, o in attesa che un motivo trovi loro. Quanta pazienza in questo paese, quanto tempo sono disposti ad aspettare serenamente, in questa che sembra essere la più grande sala d’attesa del mondo. E il niente ha il suo fascino, per un italiano che viene dal paese del troppo, quel luogo pieno di primattori in un copione che prevede solo comparse.

Tra la gente sul lungomare vedo quella mia ipotesi di amica venirmi incontro, inguainata in uno spettacolare taglio d’occhi a mandorla da pantera mansueta ma indomabile, ben consapevole della sua inarrivabile bellezza, mostrando spudoratamente una matrice di timidezza che non fa altro che accentuare il suo mostruoso erotismo.

È così bella! Il suo corpo nudo commuoverebbe sicuramente anche un ayatollah.

Va detto che se c’è gente che va a caccia di complimenti, lei organizza dei veri e propri safari…

Mi passa la mano sulla testa. Mi spettinerebbe, se ci fosse ancora qualcosa da spettinare. La pressione delle sue unghie sul cuoio capelluto mi provoca una piacevole disperazione.

Si mette a raccontarmi con voce flebile cose che nemmeno sto a sentire, tanto mi distrae il suo viso da cerbiattina smarrita nel bosco, con quelle fossette sulle sue guance delicate, quell’espressione remota, quasi assente. Non le guardo gli occhi, ma la guardo dentro gli occhi: un tuffo in un mare azzurro, calmo e fresco.  Devo stare attento, la linea di confine tra innamoramento e imbecillità è molto labile!

Le sue dita sottili si muovono con grazia e risolutezza, quasi per conferire alle parole quella forma che la voce non riesce a dargli. Sono sensibile alle ragazze che muovono le mani con grazia, e non sono molte. Non c’è nessuno che ti può insegnare a muoverle elegantemente, al limite ti possono insegnare a non gesticolare, ma muoverle in quel modo è un fatto innato.

Non sapessi che il sesso non è altro che un banale e ripetitivo trastullo del sistema nervoso, mi scapperebbe di fare l’amore…

Il vento le scompiglia inconsapevolmente i capelli mentre il mare, laggiù, continua a recitare consapevolmente i propri salmi perpetuando la propria esistenza, pare, fino alla fine dell’infinito.

Lei è fatta di vento e, come tutte le persone fatte di vento, appena si allontanano ti manca l’aria e ti senti soffocare. Non me lo posso permettere: non mi resta che implorare al vento di restare!

Le sei e mezza. Il pomeriggio è andato di traverso al giorno e il tramonto è gia andato in scena con tutta la sua eleganza, ben cosciente che l’eleganza non è farsi notare ma farsi ricordare.

Il vento rallenta. Pare fermarsi. Forse ha deciso di restare.

E allora anche ogni persona fatta di vento resta, non si allontana.

E io ho l’aria per respirare.

Non mi sento soffocare.