Sogno anch’io ciò che tutte le persone libere sognano: una prigione!

       

Aprile 2018 – Da Nang City, Vietnam

Le cinque e mezza di un’altra giornata proficua nei grandi annali dell’insensatezza. Il pomeriggio sta andando di traverso al giorno e il tramonto sta per andare in scena con tutta la sua eleganza, mentre il sole ti prende di fianco e le ombre si coricano a dismisura. Questo è il momento più bello della giornata, quando è troppo tardi per recuperare il tempo perduto, quando la luce è più morbida e ci si concede un drink al posto di un sonnellino, si perdonano i propri vizi, si scrivono lettere invisibili e ci si accompagna fuori da questa giornata sprecata, vissuta nel sollievo di non avere alcuno scopo.

Anche oggi trascorro il tardo pomeriggio ai bordi della spiaggia a osservare la specie umana in assetto balneare che migra dall’acqua alla terra (gli occidentali, pochini), e dalla terra all’acqua (gli orientali, tantissimi), e a cercare con l’occhio remoto, sordo alla luce, quell’orizzonte lontano che è dentro di me.

Potrei sembrare uno che non fa nulla, e infatti lo sono, lo sto non facendo. Ho l’hobby di rendere palese il vuoto. Anch’io appartengo a quella scuola di pensiero che ritiene un buon metodo cercare di ottenere il massimo con il minimo sforzo, per tre buoni motivi. Prima di tutto, perché il massimo che ottengo è di solito un buon risultato, e comunque mi soddisfa. Poi, perché il minimo sforzo ti permette di avere molto tempo libero. Infine, perché ho notato che quelle volte in cui mi sono sforzato di più, paradossalmente ho ottenuto di meno, e comunque non abbastanza da giustificare lo sforzo eccessivo. L’audacia non è uno dei miei difetti, ma la dissimulazione è forse una delle mie caratteristiche.

Dopo una passeggiata nei dintorni tenendo al guinzaglio me stesso mi siedo su una sedia in legno, nemmeno ingentilita da un cuscino, davanti a un Mojito dall’orrendo gusto salmastro ma servito con un tale garbo da sembrare quasi buono.

Prendendo un po’ in gioco la realtà che mi circonda, apro il libro che ho in mano e mi immergo nella lettura di “Bangkok days” di Lawrence Osborne (Adelphi Editore), secondo me uno dei migliori scrittori contemporanei di quel filone di “occidentali inclini a perdersi nel primo Oriente a disposizione”, che ha avuto tra i propri interpreti un grande autore come Graham Greene, del quale Osborne ne è degnissimo erede.

La storia è ambientata a Bangkok dove, scrive, “si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta”. Ma posso dire che le sue riflessioni e le sue narrazioni potrebbero avere come sfondo qualunque paese del Sud-est asiatico, Viet Nam incluso. Anzi, includerei soprattutto il Viet Nam.

Parla degli “occidentali alla deriva che si perdono in una città misteriosa e avvolgente. Sono inafferrabili, incomprensibili; cinici e romanticamente devoti a un’idea di bellezza che copre tutto, fallimenti, difficoltà e solitudine. Pensano di poter controllare la loro presenza e il loro presente a Bangkok, ma la città non si cura di loro, li illude e poi li fa semplicemente scomparire”.
“L’Asia è un posto accogliente per uno che non ha mai combinato nulla, e che probabilmente non andrebbe a migliorare. È il rifugio ideale per uno senza una carriera, senza prospettive, senza un soldo. Il posto perfetto per uno sderenato, l’habitat naturale per un latitante che si sveglia la mattina con un’unica idea fissa, andarsene in giro e vedere cosa riesce a trovare, e che ama passeggiare senza scopo, per il gusto di farlo. Più che un uomo, ormai quasi un ruminante, una capra”.

Alzo gli occhi dal testo e non vedo capre, non vedo ruminanti, ma vedo un mare di acqua salata, un cielo immenso che m’illumina d’immenso, un romanzesco tramonto che trascina con sé il giorno che, a sua volta, cerca di rimanere aggrappato al crepuscolo, e un vento che muove l’aria esattamente come dovrebbe essere mossa. Sarà un caso, ma mi par proprio che qui, ora, in questa precisa intersecazione di tempo e luogo, si incontrano due realtà che sembrano escludersi a vicenda: la vita e l’eterno!

Facendo dell’immobilità la mia meta, da qui osservo il piacevole teatrino che l’universo attorno ha deciso di mettere in scena usando come sfondo l’arco blu dell’oceano, che incontra proprio l’oltremare di quel cielo immenso.

C’è chi gioca con il proprio cane lanciando instancabilmente palle o bastoni: tra i cani si deve essere sparsa la voce che gli umani lanciano sempre un qualcosa, se poi glieli si riporta. Un gatto, invece, occhieggia con sufficienza alla pochezza della realtà che lo circonda, conscio del suo ruolo di posteggio cosmico dove le anime sostano tra una incarnazione e l’altra.

C’è chi curvo su se stesso, con la barba accuratamente trascurata, cerca con dita sottili di estrarre note legate alla chitarra. Ci sono persone (come me) “che sbavano per passare il tempo a inzapparsi di nozioni che forse non useranno mai, ma che li aiutano a capire fino in fondo la dolcezza insensata della vita”.

E c’è chi, invece, semplicemente resta spaparanzato sulla sabbia, che è poi la maggioranza dei partecipanti a questo istintivo e inconscio appuntamento di massa quotidiano.

Restano spaparanzati pienamente appagati da quel tanto o da quel nulla che accade attorno a loro. I vietnamiti, e gli orientali in generale, amano il ripetersi delle cose e non conoscono quel sentimento figlio dell’importanza di sé che è la noia. Qui tutti attendono serenamente che non succeda quasi nulla, aspettano insieme agli altri in attesa di trovare un motivo che li faccia muovere, o in attesa che un motivo trovi loro.

Quanta pazienza in questo paese, quanto tempo sono disposti ad aspettare serenamente, in questa che sembra essere la più grande sala d’attesa del mondo. E il niente ha il suo fascino, per un italiano che viene dal paese del troppo, quel luogo pieno di primattori in un copione che prevede solo comparse.

Un po’ più in là, vedo in acqua un gruppetto di occidentali che decisamente ricordano quelli descritti da Osborne nel libro che ho in mano.
“Gli uomini hanno i tatuaggi tesi sulla pelle dolorosamente bianca. Le ragazze sono enormemente grasse, arroganti e rumorose, più o meno con la stessa quantità di tatuaggi su varie parti del corpo. Se la spassano tra le onde azzurre come elefanti marini, mentre gli asiatici al ristorante lì vicino, eleganti nelle loro impeccabili camicie bianche, li guardano con una sorta di stupore disperato e la muta certezza che il declino di quelle bestie si rivela nei codici oscuri dei loro tatuaggi e nel peso del loro adipe addominale. Non sono più gli snelli aggressori e padroni dell’altroieri. I bianchi sono gente straordinaria, amano partire a lancia in resta per salvare tutti: bombardamenti a tappeto, missionari, organizzazioni non governative. Ma ormai l’equazione Occidente uguale a eleganza e a potenza è scaduta da almeno due generazioni. Quando va bene sono individui mediocri, ordinari, vittime di una rassegnazione bovina”.

Il mare intanto cancella le orme sulla sabbia, la marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno, è come se nessuno fosse mai esistito. Se c’è un luogo al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui, sulla spiaggia: non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo, tempo che passa.

Sono qui seduto da solo ma, come scrive Lawrence Osborne, “sento di far parte di un tutto, e che in Oriente la solitudine dell’occidentale non ha niente a che vedere con l’isolamento. Del resto, è difficile sentirsi soli fra gente come i buddhisti, che alla solitudine non credono”.
“Qui nessuno sembra riconoscermi, ma del resto essere riconosciuti è un privilegio dei giovani, o dei ricchi. A un certo punto della vita ci si ritrova completamente anonimi, e gli altri ci guardano come fossimo trasparenti. È un passaggio difficile da mandare giù, almeno finché non si capisce che quella perdita di visibilità è solo una piccola anteprima dell’estinzione che verrà, e si finisce per accettarla. D’ora in poi, niente proroghe. Però l’Asia è un luogo che qualche proroga la offre, anche se breve”.

A proposito di proroghe, tra la gente sul lungomare vedo quella mia ipotesi di amica venirmi incontro inguainata in uno spettacolare taglio d’occhi a mandorla da pantera mansueta ma indomabile, ben consapevole della sua inarrivabile bellezza, mostrando spudoratamente una matrice di timidezza che non fa altro che accentuare il suo mostruoso erotismo. Ho un’erezione al cuore. Se avessi la coda scodinzolerei.

I capelli sono raccolti in una piccola coda di cavallo e lasciano scoperta la nuca ambrata, delicata, promessa di una schiena morbida e consolante. È bassina, né poteva essere altrimenti: un prodotto così ben riuscito e curato nei dettagli non può che avere dimensioni ridotte.
Sicuramente deve essere bella anche dentro, nel senso di apparato circolatorio, digerente e tutto il resto. Deve avere dei tessuti perfetti, delle armonie cellulari invidiabili, degli equilibri ormonali ineguagliabili.

Si muove sul bagnasciuga con la grazia di un’aurora boreale, lasciando scivolare le forme del suo corpo sotto la seta che lo ricopre.

Sorride, sorride sempre come se fosse il giorno più bello della sua vita, anche quella futura. E certi sorrisi fanno accomodare morbidamente in poltrona tutte le malinconie e tutte le incertezze.

Ora mi è vicina. Emana un buon profumo che sa di mattina, d’immenso illuminato, un misto di aria pulita e di rugiada, di spiaggia deserta e di terra bagnata. È proprio vero, una donna che si profuma è una che utilizza armi chimiche per conquistare: non vale!

Non vorrei sembrare banale, ma questi sono gli attimi in cui mi pare di essere attraversato da quella parola impronunciabile e abusatissima che si chiama felicità, attimi in cui non sono lo spettatore di me stesso, ma probabilmente sono proprio me stesso, una persona piuttosto che l’approssimazione di una persona.

Mi passa la mano sulla testa. Mi spettinerebbe, se ci fosse ancora qualcosa da spettinare. La pressione delle sue unghie sul cuoio capelluto mi provoca una piacevole disperazione. Mi scapperebbe di fare all’amore se non sapessi che il sesso altro non è che un banale e ripetitivo trastullo del sistema nervoso e, come disse Buddha, che ogni concupiscenza genera alla fine solo tormento.

So di voler restare insieme a lei per sempre, perlomeno finché matrimonio non ci separi. E nello stesso tempo so anche che vorrei tanto essere single, ma assolutamente insieme a lei.

Si mette a raccontarmi con voce flebile cose che nemmeno sto a sentire, tanto mi distrae il suo viso da cerbiattina smarrita nel bosco, con quelle fossette sulle sue guance delicate, quell’espressione remota, quasi assente. Non le guardo gli occhi, ma la guardo dentro gli occhi: un tuffo in un mare azzurro, calmo e fresco. Devo stare attento, la linea di confine tra innamoramento e imbecillità è molto labile!

Il suo sguardo mi fa montare la passione ma, come direbbe Osborne, ”la passione amorosa è un concetto occidentale, spesso confusa con il vuoto lasciato da un desiderio insoddisfatto. Noi uomini la usiamo per presupposti sentimentali o per dissimulare a noi stessi il fatto che siamo ossessionati da una donna. In Oriente c’è meno ossessione, meno psicosi, e proprio per questo rischiamo di farci del male, se non stiamo attenti.

Le sue dita sottili si muovono con grazia e risolutezza, quasi per conferire alle parole quella forma che la voce non riesce a dargli. Sono sensibile alle ragazze che muovono le mani con grazia, e non sono molte. Non c’è nessuno che ti può insegnare a muoverle elegantemente, al limite ti possono insegnare a non gesticolare, ma muoverle in quel modo è un fatto innato.

Il vento le scompiglia inconsapevolmente i capelli mentre il mare, laggiù, continua a recitare consapevolmente i propri salmi perpetuando la propria esistenza, pare, fino alla fine dell’infinito.

Lei è fatta di vento e, come tutte le persone fatte di vento, appena si allontanano ti manca l’aria e ti senti soffocare. Non me lo posso permettere: non mi resta che implorare al vento di restare.
Dopotutto le sto chiedendo soltanto ciò che tutte le persone libere sognano: una prigione!

Le sei e mezza. Il pomeriggio è andato di traverso al giorno e il tramonto è gia andato in scena con tutta la sua eleganza, ben cosciente che l’eleganza non è farsi notare ma farsi ricordare.

Il vento rallenta. Pare fermarsi. Forse ha deciso di restare.

E allora anche ogni persona fatta di vento resta, non si allontana.

E io ho l’aria per respirare.

Non mi sento soffocare.