Cioccolata con panna e una grappa, please

       

Italy, July 1982

Sono stufo, voglio andarmene da questa catacomba, da questa valle di lacrime, da questa vita banale e scontata.
Non fa per me quest’esistenza, questa mediocrità soffocante. Voglio vivere completamente fuori dagli schemi che questa società impone come modello.
Sono stufo di questa routine infernale, sentire parlare di crisi, del lavoro che non c’è.
Sono stanco di vedere ogni giorno solo volti scuri e gente demotivata.
Voglio andare in un posto in cui la gente è genuina, dove i tramonti fanno piangere di gioia e si respira allegria a pieni polmoni!

Tra la nebbia del mio sconforto vedo l’amico Livio camminare in strada. Se ne va in giro con la sua andatura dinoccolata al limite della disarticolazione, al punto che guardandolo correre ho spesso pensato che i movimenti, più che coordinarli, li sorteggiasse nella sua mente.

Lo chiamo a gran voce e lo invito per un cappuccino.

«Ciao Paul. Mah, più che un cappuccino io mi prenderei una cioccolata calda con panna e una grappa, se non ti dispiace».

«Cioccolata calda con panna e una grappa? Che schifo! Che abbinamento disgustoso. Non pensi che ti possa fare male a quest’ora del mattino?» obietto soffocando un conato di vomito, figlio degli eccessi alcolici della notte scorsa.

«Dici, eh? Beh, forse hai ragione… prendo solo la grappa, magari doppia. Lasciamo perdere la cioccolata, che potrebbe farmi male» risponde lui con disarmante semplicità.

«Grappa doppia? Ti vuoi ubriacare già al mattino?»

«Sai com’è, un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti e per sopportare quell’illusione creata dalla mancanza di alcool che viene chiamata realtà».

Tra una parola e l’altra, Livio mastica un chewing-gum e sembra che la sua voce si debba fare strada tra una zona paludosa. Il tatuaggio che ha sul braccio dà un senso di raccapriccio, tanta è la rozzezza e l’immaturità che ne traspare.

«Grazie per avermi appena dato dell’idiota, my friend…», ribatto io rassegnato alla sua incapacità di utilizzare dei filtri che lo aiutino a essere meno scorbutico e più socievole. «Comunque non pensare di annegare i dispiaceri nell’alcool perché, te lo posso assicurare, loro sanno nuotare!».

Trascorrono un paio di minuti di rumoroso silenzio, poi decido di mettere sul piatto della conversazione i miei progetti:

«Sai, caro Livio, che ho deciso di andarmene via? Basta! Abbandono questo posto di sfigati! Ho deciso di viaggiare, di conoscere il mondo. Vado là dove la vita ha un senso, dove gli spazi mentali hanno canali d’espressione e l’energia vibra di vita pura! Non come qui, dove tutto è morto e vecchio».

«Ma va! E dove vuoi andare? Dov’è mai ‘sto posto per non-sfigati?», risponde, sentendosi indirettamente coinvolto.

«Ancora non lo so. Voglio viaggiare. Voglio andare in qualunque posto, basta che non sia qui, anche se non so ancora dove. Del resto penso che soltanto gli ottusi di questo mondo sanno dove stanno andando, e ben raramente il viaggio vale la pena» dico io.
«Mi sento come quando ti trovi in un posto da troppo tempo, quando l’aria si è fatta pesante, irrespirabile e di ogni cosa senti di averne avuto abbastanza. L’unica cosa che t’interessa a quel punto è di uscire, andartene, non importa per incontrare chi o per andare dove. Hai bisogno di scappartene e basta. Cambiare registro alla musica monotona e stonata che da troppo tempo senti nelle orecchie».

Gli racconto la cosa in maniera concisa in modo da poter passare sotto la soglia bassa della sua attenzione. Lui si porta alle labbra una sigaretta che, come al solito, lascerà che si fumi da sola, come se accenderla fosse un gesto di cortesia nei suoi confronti.

Poi inizia a parlare:
«Secondo me il viaggiare è inutile, tanto ti porti sempre dietro te stesso, con tutte le deformazioni e i limiti culturali che tutti abbiamo e che si manifesteranno in qualunque parte del pianeta tu vada. Tutto quello che siamo, lo portiamo con noi nel viaggio, come la casa della nostra anima, allo stesso modo della tartaruga con la sua corazza. Se giri il mondo in cerca del bello o del senso della vita, queste cose te le devi portare con te oppure non le troverai mai da nessuna parte. Proust diceva “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, e c’aveva ragione!» risponde lui, dimostrando con poche parole una certa cultura di fondo che non gli riconoscevo.
«Tutti dicono “questo paese di merda”, però quasi nessuno se n’è andato, e quei pochi che lo hanno fatto, poi sono tornati: chi per esibire il successo dei propri propositi, e sono pochi, chi per leccarsi le ferite e per spiegare agli altri nascondendo a se stessi i veri motivi per cui non ce l’hanno fatta. C’è troppo testosterone in questa mania del viaggiare, e secondo me questo modo di agire non fa altro che smascherare immaturità e una certa superficialità intellettuale. Il viaggiatore è alla ricerca di epopee che non esistono e interpreta le situazioni che vive in chiave di avventura, anche quando questa in realtà non c’è, solo per dar voce alla propria vanità. Ho il sospetto che i viaggiatori se la raccontino da soli per trasformare la loro esperienza in qualcosa che possa sembrare valido, invece di una completa e totale perdita di tempo che rende loro più dissipati, più presuntuosi e più stanchi».

Resto un po’ deluso dalla reazione che il mio annuncio d’addio ha provocato. Mi aspettavo di raccogliere partecipazione emotiva e, ammetto, una certa ammirazione per il coraggio del presupposto della partenza…

Rilancio io, con occhi ansiosi e un atteggiamento di difesa del territorio:
«E quindi a te va bene vivere nella mediocrità in questa terra di perdenti? Ti sembra una gran cosa sprecare la tua esistenza? Il tuo, come quello di tutti gli altri qui, è solo un far passare il tempo, un ripetere lo stesso esercizio, invecchiare e morire senza avere realmente saputo che cosa si sta facendo! È triste vedere esistenze dissipate nel vento dell’indifferenza e dell’inerzia, con un futuro già prestabilito fino all’ultimo respiro… Dovrei essere pure io “maturo” abbastanza da accettare questo squallore? Evviva l’immaturità, caro mio! Evviva l’incoscienza di osare!».

Livio mi guarda con occhi venefici e mi attacca verbalmente:
«E piantiamola di vedere l’immaturità in chissà quale luce creativa! L’immaturità è inconcludenza e limitatezza, incapacità di far apprezzare le cose o anche solo di farle capire. Voi scambiate la confusione e il disordine per creatività e libertà, il caos per vivacità e allegria, lo sfregio e l’assenza di regole per indipendenza. Certo che voi fighetti rivoluzionari non perdete occasione per mettervi sul trono e disprezzare i poveri cristi che voi chiamate “sfigati”. Secondo me tu sei uno senza palle. Sei fatto così, in fondo su questo non hai mai mentito a te stesso. Non c’è niente di male a essere vigliacchi, basta usare prudenza. Ma quando un vigliacco si dimentica di esserlo… che Dio lo aiuti! Piuttosto di essere uno sfigato perdente in terra straniera, preferisco esserlo in casa mia!».

Diventa cattivo appena gli sembra di vedere un vuoto di coraggio o di coerenza in qualcuno che gli è vicino. Pare intelligente, moralista e anche un po’ psicotico: la peggior combinazione possibile…

Mi prende uno slancio d’insofferenza e mi accorgo che non ho più voglia di parlare.

Allora chiudo in modo perentorio:
«Va beh, Livio… lasciamo perdere e non mi rompere più la minchia! Adesso devo andare. Ciao! Ti dimostrerò di avere le palle di andarmene da ‘sto posto. Talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai!».

Spesso mi capita di investire ogni minima energia in qualcosa e poi smettere di occuparmene da un momento all’altro, come se non ne volessi più sapere. È una forma di difesa dal mondo, credo, per non rimanerci troppo male e non farmi ferire. O forse è anche una forma di vigliaccheria! Uno non lascia cadere così le cose, si espone e rischia.

È facile stare lì mezzi defilati dietro una porta a dare giudizi sul mondo sentendosi più nobili, puri e coerenti di chiunque altro! Che forse le palle non ce le ho per davvero? mi domando.

Onde evitare di apparire sciocco dopo, meglio rinunciare ad apparire astuto ora.

«Basta con la mitizzazione dell’altrove. Basta con i pregiudizi e i luoghi comuni. Liberati dalle gabbie culturali e ideologiche che t’impediscono di confrontarti con la realtà per quella che è, e non per come la vorresti!» mi dice lui con slancio prevaricatore.

«Beh, la realtà è che io me ne voglio andare» rispondo convinto.

«A volte si ha la fortuna di non ottenere ciò che più si desidera, seppur lo si comprenderà con il senno di poi… La libertà d’azione, in una persona immatura, di solito, porta più pena che beneficio» chiude lui.

«Mavaiafareinculo!» urlo sottovoce. Passo e chiudo!

Pago il conto ed esco nell’aria fresca. Il tempo sta cambiando, la natura è in vena di far pulizie: un forte vento spazza l’erba dei prati sotto un cielo gonfio per l’imminente temporale in arrivo. Amo la pioggia, lava via le memorie dai marciapiedi della vita…

Mi accendo una sigaretta e mi avvio verso casa. Sono stanco, ho sonno, magari mi faccio una dormita. Altri si limitano a vivere, io, invece, vegeto.

“Nato stanco, visse per riposare…”