Forza di gravità+forza di volontà= forza d’inerzia

       

Settembre, Saigon, Vietnam.

Son qui, nella mia casettina di Saigon, ubriaco di 7UP e latte di cocco, con un libro davanti e le pagine tra le dita, seduto su di una seggiola, in mutande, dietro ad una scrivania usata più che altro per scrivere, su cui posa un portamatite pieno di matite, un portacenere pieno di cenere, un portafogli con qualche foglio, un portachiavi con tante chiavi.

Alle mie spalle invece c’è una porta senza porta, cioè una di quelle porte prive, appunto, della porta. Dinnanzi, oltre la finestra, un rassicurante e prepotente sole è tornato a dominare il cielo, dopo la furia di una tempesta equatoriale appena esaurita che ha disattivato energia elettrica ed annesso condizionatore, balsamo artificioso di benessere e refrigerio.

Qui quando piove, piove veramente… non è che pioviggina o gocciola: qui diluvia, acquazzona, nubifraga! È un’acqua impressionante e spaventosa in cui si percepisce la malvagità insita nella forza primordiale della natura, come se il cielo stesse straripando.

Uno scrosciare di gocce da litremmezzo, sotto indemoniati fulmini, seguiti da tuoni immondi, i quali tuoni sono poi seguiti da altri fulmini seguiti da altri tuoni seguiti da altri fulmini seguiti da altri tuoni seguiti da altri fulmini e così via, fino a quando vendetta non è compiuta. Un feroce vento s’impadronisce della città e la mette a tacere, violentandola ripetutamente.

Di tanto in tanto alzo gli occhi alla finestra e giù in strada, nella quiete dopo la tempesta, vedo milioni, ma che dico, miliardi di vietnamiti che pedalano, corrono, camminano, tirano, spingono, vanno, vengono… insomma, non sono mai fermi!

Certo che, dando per scontato che ciascuno di loro ha una meta, un posto da raggiungere, io mi chiedo: ma quanti cavolo di posti ci sono a Saigon???

Attorno a me, nella mia dimora ove umilmente dimoro, i mobili, zitti ed immobili, restano seduti su se stessi in un’esuberanza di mutande e camicie, maglie e magliette, braghe e braghette, canotte e canottiere.

L’aria è statica, la inspiro ed espiro senza pensarci molto, a volte la correggo con una sigaretta per renderla più morbosa e saporita: cos’è la sigaretta se non una banana per la scimmia dell’anima?

Con lo sguardo seguo gli anelli di fumo e sogno di volar con loro in spazi infiniti: ma il mio corpo è qui, sotto il peso dell’intero cielo, costretto a combattere la forza di gravità con la forza di volontà, generando nient’altro che forza d’inerzia.

È difficile, tra tutte queste forze, trovar posto per la mia debolezza…