Guerra & pace

       

Fino a non molto tempo fa, il nome “Vietnam” non era sinonimo di Paese, ma piuttosto lo si associava a una brutale guerra che portò alla mortificazione dell’esercito americano.

Solo più tardi, con l’apertura al turismo, ha preso la dimensione geografica di una nazione inserita nel panorama mondiale, non solo nella sceneggiatura di un film hollywoodiano.

La guerra che coinvolse a suo tempo gli Stati Uniti d’America in Vietnam, terminata nel 1975, aveva in apparenza motivazioni semplici, basate sulla presunta “difesa della libertà e della democrazia”.

Però, che senso aveva parlare di potere esecutivo, potere legislativo, e libertà di parola quando il primo bisogno per i vietnamiti era una ciotola di riso per sopravvivere?

Il Vietnam aveva bisogno di una sola libertà, quella dalla schiavitù del bisogno, e quella di cui parlava il mondo occidentale, oltre a essere incomprensibile, era un lusso che non interessava. Andavi nelle campagne, dicevi il verbo votare, e ti rispondevano con il verbo mangiare.

I ragazzi americani mandati a combattere quaggiù non conoscevano, o non comprendevano, le guerre diverse che erano in atto in questa terra.

Per loro si trattava di una cosa molto semplice: la Democrazia contro il totalitarismo del Marxismo. Per la gente locale, invece, la guerra non era questo, e non poteva esserlo, perché quasi nessuno conosceva l’una e tantomeno l’altro. Per loro era una guerra d’indipendenza, come lo è stata la rivoluzione americana, con i combattenti nordvietnamiti che lottavano per, secondo il loro punto di vista, liberare il Vietnam del Sud dall’occupazione straniera.

Nello stesso tempo c’era chi combatteva per ideali religiosi, come i buddhisti contro i cattolici. Dietro la guerra religiosa c’era poi la battaglia tra gli abitanti delle città e quelli delle campagne, tra i ricchi contro i poveri, tra chi voleva trasformare il Vietnam e chi voleva lasciarlo così come era stato per secoli. E, sotto tutto questo, vi erano le faide tra i vietnamiti locali e quelli emigrati, e i primi contro i cinesi, che detenevano il potere economico e commerciale.

Come potevano sperare gli americani di porre fine a tutto ciò con una battaglia così diversa dalla realtà delle forze in campo?

Prima e durante la guerra, nel sud i cattolici mortificavano i buddhisti a causa dei loro culti ritenuti primitivi; gli abitanti delle città, governate da stranieri o da forze filo straniere, deridevano e imbrogliavano gli “imbecilli” delle campagne. Tali città erano viste dai contadini come inferni soggetti alla cultura occidentale, fatta di bordelli, bar, mercato nero e alienazione.

I combattenti nordvietnamiti, al contrario, erano considerati i vicini di casa, gli amici che non li schernivano e che, anzi, li difendevano dal nemico diabolico, che cercavano di mantenere la tradizione e il culto a loro tanto caro, che lottavano per l’indipendenza del Vietnam dalle forze maligne straniere.

Avere l’appoggio del popolo delle campagne e dei poveri, contro quelli che venivano considerati i traditori dell’insegnamento degli antenati, è stata la leva decisiva.

I nordvietnamiti, pervasi da un senso quasi fanatico di dedizione a un Paese unificato sotto il loro controllo, consideravano la guerra contro gli Stati Uniti, e i loro alleati sudvietnamiti, una continuazione dei duemila anni della loro resistenza contro i cinesi e successivamente contro i francesi. Erano pronti ad accettare perdite illimitate pur di conseguire questo sacro obiettivo.

Gli strateghi americani commisero gravi errori di giudizio sui nordvietnamiti, applicando a essi i propri valori. Ritenevano che i continui bombardamenti avrebbero indotto i loro capi a capire che stavano sacrificando la loro popolazione, e li avrebbe quindi costretti a chiedere la pace.

Non conoscevano per niente la loro capacità di resistenza e la loro straordinaria disciplina e determinazione, aiutata anche dal fatto di non dover rendere conto ad alcuna opinione pubblica interna di opposizione.

In America, qualsiasi comandante che avesse subito le stesse pesanti perdite del capo dell’esercito nordvietnamita sarebbe stato allontanato immediatamente. Ma nessun prezzo era troppo alto per i comandanti del Nord se riuscivano a colpire duramente le forze americane: i generali valutavano la situazione non in base alle loro perdite, ma in base al traffico di bare americane dirette verso gli Stati Uniti.

I combattenti misero in atto varie tattiche per controbilanciare la loro inferiorità militare. Furono sempre tesi ad “afferrare il nemico per la cintura”, frase da loro usata per indicare gli scontri a distanza ravvicinata, allo scopo di impedire agli americani di far uso dell’artiglieria e dell’aviazione per non correre il rischio di colpire anche i loro stessi soldati.

Quando il nemico attacca, ci ritiriamo; quando resiste, lo infastidiamo; quando è stanco e disorganizzato, lo attacchiamo; quando si ritira, lo incalziamo”.

Utilizzando la tecnica Zen del non opporre resistenza (“Il pugno non provoca alcun dolore, se tu non ci appoggi sopra la faccia…“), del semplice scansare i colpi quando essi erano carichi d’energia, i vietnamiti diventarono inafferrabili, sfuggenti, imprevedibili.

E infatti, pur privi di mezzi e miseramente armati, con le loro tattiche hanno saputo scardinare il potentissimo e fino ad allora invincibile esercito americano, obbligandolo a una clamorosa e imbarazzante ritirata.

Non per niente, ancora oggi nel lessico giornalistico il vocabolo “Vietnam” è spesso usato come sinonimo di disfatta, di annientamento, di sconfitta.

Oggi invece il Vietnam è un Paese aperto e sereno, in ottimi rapporti diplomatici con tutti e, paradossalmente, soprattutto con gli Stati Uniti d’America, con i quali condividono pragmaticamente strategie economiche e geopolitiche.

Fa un certo effetto, più a noi occidentali che a loro, che hanno invece completamente dimenticato e voltato pagina senza alcun rancore, vedere l’amore che i giovani vietnamiti oggi hanno per la cultura americana.

Lo si vede lungo le strade trafficate di Hanoi o di Saigon, ora chiamata Ho Chi Minh City, dove è facile incontrare ragazze adolescenti in abiti americani, canticchiando una canzone di Lady Gaga o di Miley Cyrus. O nelle lunghe file davanti ai cinema per vedere l’ultimo film di Hollywood, o davanti ai Mac Donalds e agli Starbucks in attesa di avere un posto a sedere, non tanto perché quello che propongono è particolarmente buono (anzi…), ma perché rappresentano i simboli del Sogno americano.

Il bello è che tutto questo accade sotto le tante bandiere rosse con falce e martello che decorano le città, ma anche in questo caso fa più effetto a noi occidentali che non a loro.

L’amore per la cultura americana non viene vissuto come una rivalsa o una sfida alle autorità locali, ma viene semplicemente vissuto per quello che è, senza alcun peso simbolico, senza rancore o tensione.

E qui sta tutta l’essenza della cultura orientale: viene semplicemente vissuto per quello che è…