Il mondo è rotondo. Chi parte, perde tempo

       

Il mio periodo giovanile, contrassegnato da ribellione e desiderio di rivoluzionare il mondo, è poi sfociato in una banale e convenzionale partecipazione al sistema contro il quale avevo, fino a pochi anni prima, combattuto con tutta l’anima.

Infatti, incoerentemente, verso i ventiquattro anni capii che era ora di mettere la testa a posto, di trovare un lavoro sicuro in un luogo geografico preciso.

Iniziai così a fare l’operaio in una ditta tessile, mi accasai in una casa a caso, e ogni tanto, tra una lunga astinenza e l’altra, riuscivo pure a recuperare una qualche donzella che spasimava per me (in preda cioè di spasmi…) e, di spasmo in spasmo, raccoglievamo insieme i frutti proibiti di libidini e concupiscenze.

Lavoravo dieci-dodici ore al giorno, spesso anche il sabato mattina, applicandomi umilmente e fedelmente al mio ruolo designato di schiavo.

E dire che fino ad allora pensavo che le fabbriche, con il loro ambiente cupo e fumoso, i rumori che non lasciano scampo ai timpani, le tristi code ai cancelli degli angoscianti lunedì mattina, esistessero solo nei film o nei romanzi costruiti su un filone d’incubo. Invece mi ritrovai nella m…(ehm, sorry, stavo per scrivere “merda”) come uno stronzo qualsiasi, seppur l’abitudine, quell’incredibile forza in grado di assuefare qualunque spirito, mi ha portato a nuotare dentro quel bagno senza rammarico e, con il tempo, renderlo rassicurante e persino piacevole per il suo tepore.

Dopo una lunga giornata di lavoro, ricordo che a sera raggiungevo stancamente la mia modesta dimora per, secondo logica, finalmente riposare, mettere le gambe sotto il tavolo e magnare, magnare, magnare, e poi dormire, dormire, dormire come un ghiro, come un felino che non ha nulla da fare.

Invece NO!

Correre a fare la spesa prima che i negozi chiudano; traffico congestionato; preparare un qualche surrogato per cena (che spesso non era altro che la ripetizione del pranzo: panini… freddi e tediosi panini, poco più gustosi del digiuno); avviare la lavatrice; lavare i piatti; spolverare; stendere; stirare; spazzare e che altro ancora…

Verso le dieci ero a posto, attorno a me regnava un discreto ordine, che mi dava quel senso di sicurezza e quell’impalpabile orgoglio di avere compiuto il mio dovere. Mi lasciavo allora cadere pesantemente sul divano e, per mia gioia immensa, accendevo quel chewing-gum per gli occhi che è la televisione. A quel punto sì che mi sentivo felice, le immagini scorrevano da sole, da me non volevano nulla. Tutto si creava senza che io dovessi muovere un dito, finalmente.

Così, per una buona mezz’ora godevo come un maiale, dopodiché il torpore mi assaliva e, senza accorgermene, perdevo coscienza fino ad addormentarmi. A notte fonda mi risvegliavo, se ero fortunato riuscivo ancora a vedere un po’ di “Mauriziocostanzosciou“, poi trascinavo il mio corpicino sino al letto, dove ricascavo in un travagliato sonno fino alle 6, all’alba dell’alba, momento in cui il suono atroce della sveglia annunciava un nuovo maledetto giorno, puntualmente accolto con un mio “vaffanculo” sussurrato.

Dinanzi a una qualità di vita così poco di qualità, è stato facile scegliere di emigrare in un qualunque angolo remoto del mondo, nel quale non fosse ancora arrivato il comune senso del dovere di un quotidiano vivere di produttiva globalizzazione.

È vero, va anche detto che, nelle tenebre di quell’esistenza, vi erano comunque bagliori d’improvvisa luce quando scorgevo sempre più prossimi i seducenti segnali del weekend, potenziale apoteosi d’ogni abuso morale represso e fedele alleato di esuberanti evasioni.

Insomma, dopo la consueta disperazione del lunedì (ed io che sognavo una vita senza lunedì, me ne ritrovavo uno ogni sette giorni), sorgeva l’altrettanto consueta depressione legata ai vari martedì, mercoledì, giovedì. Però, se è vero, come è vero, che il piacere è figlio dell’affanno, verso il venerdì venivo preso da piacevoli e improvvise fibrillazioni, frutto di fatiche forzatamente accumulate in settimana, che esplodevano poi verso le sette di sera in pasciuta ed euforica gioia, nell’incontenibile eccitazione del “domani è sabato“, del “stasera magari si va in discoteca“, del “domenica si va a pranzo fuori“.

E in questo stato di grazia guidavo fino a casa fumando la sigaretta più buona del mondo, abbracciando felice ogni singolo progetto che mi venisse in mente per il ‘uicchend’.

Per prima cosa mi concedevo un bagno caldo, così caldo da sgonfiare a zero pressione sanguigna e lucidità, e avere visioni mistiche di orgiastici fine-settimana. Quando poi mi riprendevo, mi preparavo a un veloce e insignificante pasto, “Ma chi senefrega, tanto questa sera si va in discoteca!“.

Poi facevo una telefonata agli amici.
Ciau cuscritt, què ki fuma ‘stasei? Anduma al densin a vughi an po’ ad gnoca?
Ma sì, anduma, magari ‘i truvuma anca da sautè, mia ma chè da vardè…

E così, mutande pulite, alcuni ritocchi al look, inutili tentativi di sgonfiare le borse sotto gli occhi, e via.

“Siamo uomini di mondo.”
“Domani si lavora solo mezza giornata.”
“Sicuramente questa sera si monta, lo sento!”
Ce lo ripetevamo per incoraggiarci a prendere il primo drink al bar quando subentravano i primi sbadigli o le prime nausee all’idea di buttarsi nella caotica confusione della discoteca.
E di andare ci si andava…sempre e comunque!

Tale convinzione iniziava a scemare nel momento in cui entravamo nel locale in qualità d’infelici e attempate figure di mezz’età in mesto abbigliamento liturgico tutt’altro che di tendenza, e scompariva del tutto dopo una mezz’ora nell’umiliante ruolo di “tappezzeria” (o al massimo di “arredamento”, quando acquistavamo una terza dimensione muovendoci goffamente in pista) e di spossante vagabondare su e giù per quelle scale e falsi piani, tra spallate date e spintoni ricevuti.

Poi, dopo qualche patetico e fallimentare tentativo di abbordare una femmina (una qualsiasi, basta che femmina sia), finivamo tutti seduti in un angolo a esaurire i discorsi davanti a un bicchiere di sgradevole whiskey, con in bocca il sapore amaro di sigarette e rassegnazione.

Che tristezza!

Come ero scivolato in quell’esistenza così desolata e desolante? Io, vagabondo che ero io, vagabondo che non ero altro, che vivevo di pane amore e fantasia, di sesso droga e rock’n'roll, che ci facevo laggiù, in quell’angolo misero e patetico, freddo e disperato?

Sognavo di vivere una grande vita e invece eccomi lì, in quell’angolo buio, ad abortire e rinnegare le mie ambizioni: un uomo nato per vincere che subiva quotidiane sconfitte. Un uomo, un vero uomo, un uomo che non doveva chiedere mai anzi, un uomo che, di solito… doveva implorare in ginocchio…

È vero però che poi c’era il sabato con il suo mercato del villaggio in piazza, o il mercato del villaggio in piazza con il suo sabato, sempre uguale e attraente. Facevo un giro sino alla bancarella del mio amico, un uomo dal naso prominente e adunco, con occhi affossati, radi capelli color melanzana, fisico da attaccapanni. Al mio arrivo ci si salutava con un vago cenno di capo, ci scambiavamo un paio di parole e poi… il silenzio. Tutti e due a guardare il mondo che ci girava attorno: penso che il più espressivo tra noi era il palo dell’ombrellone…

Meno male che la sera del sabato, il tanto atteso ‘saturdeinait‘, c’era la certezza del “Piazzale”, quell’angusto spazio in porfido delimitato, anzi “assediato”, da alti caseggiati e oscuramente illuminato da tristi lampioni in deficit d’energia. Quello era il punto d’incontro della nostra compagnia.

Ci si trovava con amici (molti) e amiche (pochine), e finalmente esprimevamo il nostro essere più intimo, i desideri più urgenti, gli istinti più impellenti, tutto questo solo a voce, naturalmente, altrimenti a quest’ora noi maschietti saremmo ancora galeotti in attesa di grazia, con tutto quel testosterone inutilizzato che ci scorreva nelle vene.

Ci si divertiva, si rideva sboccatamente, si parlava del più e del meno, nel senso che si trattavano temi del tipo “Il mio uccello è più lungo del tuo” o “La tua minchia è meno grossa della mia“, di temi da cultura di strada. Si tiravano quel po’ di scoregge per sentirne l’eco, si ricordavano i bei tempi passati che dovevano ancora venire.

Trascorrevamo un paio di ore in piedi, sia nel freddo invernale sia nell’afa estiva, prima di decidere come passare la grande Serata del Sabato, la “Madre-di-tutte-le-Serate“. Poi ci si lanciava con poco entusiasmo nei soliti bar, non molto vivaci, ma comunque familiari, a consumare con parsimonia bevande e illusioni.

“Un frullato di pesche sciroppate, una spuma di chinotto, un succo di frutta alla pera, una spremuta d’arancio senza zucchero, un gelato alla crema corretto Grand Marnier, una coppetta nocciola noce e stracciatella, una birra scura, una birra chiara, una birra chiaroscura, un tè al limone, un limone al tè, una cioccolata con panna, una cioccolata con panna ma senza panna, un cappuccino, anzi, due, un Lemonsoda, anzi, tre, un espresso macchiato tiepido poco schiumato, un Braulio, due Braulii, uno con un cubetto di ghiaccio uno senza, un Aperol, un Chivas zenza zucchero… il conto, per favore!”

La serata, la Madre-di-tutte-le-Serate, ci ritraeva durante gli ultimi attimi, mentre ognuno di noi era tra le braccia della propria solitudine, ad accarezzare il sogno di un grande futuro, un futuro di avventurose avventure, in un abuso di sigarette e coni di gelato al cioccolato dal sapore agrodolce.

La domenica pomeriggio era poi la ripetizione del sabato sera, con l’aggravante del malessere dovuto all’atroce consapevolezza che il giorno dopo era lunedì: l’ennesimo lunedì dimmerda!

Un saporito rigurgito di vita mi saliva in gola verso le 6:30 del pomeriggio, quando un magico squillar di trombe annunciava Bisteccone Galeazzi con il 90* minuto: la mia felicità era legata al risultato del Toro, squadra fin più sfigata di me… poveri noi!

Dopo la serata all’insegna del “No, nun ce la facci cchiù, acchì sà da scappà!“, mi rassegnavo a un travagliato sonno fino al mattino del lunedì, prima di riprendere la settimana, che pesava come un macigno sul mio fragile equilibrio esistenziale di sognatore a occhi aperti.

Subivo una vita che non era la mia. Non stavo vivendo il mio destino. Forse poche persone vivono realmente il proprio destino, ed io non ero sicuramente tra quelle. Ne vivevo uno che mi aveva praticamente investito: me lo sono cucito addosso come un abito e pian piano mi sono convinto che fosse il mio, anche se a volte mi accorgevo che in certi punti stringeva un po’ troppo fin quasi a soffocarmi. Ma ci si abitua a tutto, a un lavoro che non piace, a un amore finito, alla propria mediocrità…

Ma la vita è breve, oppure è troppo lunga perché ci si possa concedere il lusso di viverla male.

Per questo mi sono poi dato all’esilio volontario, a quella strana emigrazione dettata a quei tempi più dal troppo lavoro che dalla mancanza dello stesso: un tentativo quasi disperato di fuggire soprattutto da se stessi, per dare un significato al proprio indolenzimento esistenziale. E questa scelta è stata la mia salvezza…

…ma il mondo è rotondo. Chi parte, perde tempo…
…I don’t think so!

Ho attraversato i continenti
Per vedere il più alto dei mondi,
Ho speso una fortuna
Per navigare sui sette mari,
E non avevo avuto il tempo di notare
A due passi dalla porta di casa
Una goccia di rugiada su un filo d’erba.

                                                           Rabindranath Tagore