La Cina e la Nuova Via della Seta. Progetto per un’invasione globale

       

Avete mai consultato una carta geografica che viene venduta qui in Asia orientale, di quelle che studiano i bambini cinesi a scuola e che rappresenta il mondo dal loro punto di vista?

È una mappa decisamente diversa da quella che siamo abituati a consultare noi in Occidente. Al centro di quel planisfero c’è la Cina, con l’Europa e le Americhe confinati alle due estremità, come fossero periferie trascurabili, marginali.

Questa è la visione confuciana del pianeta, con la civiltà cinese al suo centro mentre tutto il resto sono solo entità meno importanti che le orbitano intorno. Del resto, che la Cina si ritenga il centro del mondo lo dice il nome stesso (Zhōng-guó), infatti gli ideogrammi utilizzati per definirla nella loro lingua sono due: “centro” (中) e “Paese” (国).

Per secoli la Cina ha giocato un ruolo predominante e di leadership in Asia e nel mondo, sia a livello politico ed economico che culturale e militare. Per oltre mille anni, fino al XIX secolo, l’economia cinese è stata la più ricca e produttiva del pianeta intero, e vantava uno sviluppo sconosciuto al resto del globo. Non per niente, alcuni storici dell’economia sostengono che già nel quattordicesimo secolo l’Impero cinese era così tecnologicamente avanzato da arrivare a un soffio dall’industrializzazione.

Poi, dalla metà dell’Ottocento, una serie di sconfitte militari e gli umilianti trattati imposti al Paese portarono la società cinese a un declino generale in tutti i suoi aspetti. Fu con la rivoluzione finita nel 1949, capeggiata da Mao-Tse-Tung, che la Cina riuscì a riscattarsi dal passato semi-coloniale, di quello che è noto tra loro come il “secolo dell’umiliazione”.

Fa seguito il “periodo maoista”, un trentennio decisamente difficile nel quale si è riaffermata la centralità politica attraverso una radicalizzazione del potere di vocazione socialista, che ha portato a soffocare ogni iniziativa privata, alla collettivizzazione delle terre, a mobilitazioni che portarono a devastazioni sociali ed economiche, ma che, a caro prezzo, modernizzò una Cina fino ad allora rurale e contadina.

Poi arrivarono le riforme di Deng Xiaoping e dei suoi successori, negli anni Ottanta e Novanta, basate sulla formula del cosiddetto “socialismo di mercato”, una sorta di capitalismo selvaggio regolamentato dallo Stato, che spinsero un Paese isolato e arretrato come la Cina a integrarsi nella comunità politica ed economica internazionale, registrando il più alto tasso di crescita economica mondiale e attirando un terzo degli investimenti esteri di tutto il globo.

Oggi la Repubblica Popolare Cinese è cosciente di essere al centro del mondo, ha una gran fiducia nel futuro e nell’aria vibra un’atmosfera di eccitazione. È bastato sconfessare il Maoismo, che aveva soffocato enormi energie latenti, per far accadere il miracolo. La disciplina e l’entusiasmo di un popolo per il quale il lavoro è tuttora una provvidenziale benedizione; la leggendaria predisposizione al commercio che, malgrado tutto, il comunismo reale non è riuscito a sopprimere; l’oculatezza delle famiglie e le enormi giacenze di risparmio; il rispetto confuciano per l’istruzione: tutto questo ha permesso il verificarsi di un miracolo cinese, il tutto accaduto a una velocità sbalorditiva.

Capire la Cina di oggi è comprendere i cambiamenti del mondo. A suo tempo, la caduta del muro di Berlino ha prodotto non la fine della storia ma un nuovo inizio delle vicende dei popoli. Quello che si profilava come il secolo americano, ha davanti a sé aspetti meno scontati del previsto con altri protagonisti in campo, tanto da profilarsi, in alternativa, un “secolo cinese”.

In questo contesto, sicuramente spicca un enorme progetto che si sta realizzando un po’ in sordina, ancora poco considerato e tantomeno compreso nei contenuti: quello che viene denominato La Nuova Via della Seta, ovvero un mix di politica estera, strategia economica e fascino offensivo alimentato dal flusso ingente di denaro disponibile, con l’intento di riequilibrare le alleanze politiche ed economiche globali.

Ne parla in modo eloquente il libro del giornalista Antonio Selvatici “La Cina e la nuova via della seta. Progetto per un’invasione globale” (Rubbettino Editore) uscito nel mese di giugno di quest’anno.

Non è solo un progetto infrastrutturale, scrive Selvatici, ma ha ricadute commerciali, energetiche e militari. Una strategia vasta che coinvolge 65 paesi che rappresentano il 55 per cento del prodotto interno lordo del mondo, il 70 per cento della popolazione e il 75 per cento delle riserve energetiche del pianeta. Sostenuta da ingenti finanziamenti pubblici che non hanno paragone rispetto a quelli di qualunque altra Nazione, la La Nuova Via della Seta intende proporsi come la più grande via commerciale tra Oriente e Occidente e si sviluppa attraverso sia la direttrice terrestre che quella marittima.

Il nome del progetto, nella nostra memoria, è un mito che ci riporta a Marco Polo. Il quale, nel suo piccolo, già allora se lo domandò nella sua opera letteraria più nota: “Come ha fatto, il Gran Khan, a fondare un Impero tanto vasto?”

Il Gran Khan di oggi si chiama Xi Jinping, il Presidente cinese, che lanciò il piano nel 2013, adesso come ieri il leader mondiale “più possente di averi e di gente”. Ma stavolta altro che “Milione”: qui si parla di 140 miliardi di Euro di budget iniziali, 650 miliardi nei prossimi 5-10 anni, e quasi altrettanti a seguire. Ecco a voi i segreti della “Belt and Road Iniziative”, il termine tecnico della Nuova Via della Seta.

Questa montagna di denaro servirà a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche, cavi sottomarini e così via.

La Cina offre benefici immediati con pagamenti “in natura”: il finanziamento e l’esecuzione delle opere infrastrutturali o energetiche. Il gioco non si svolge su un piano di parità ma subalternità. Una subalternità intelligente che non soffoca lo Stato oggetto d’attenzione. La politica cinese d’espansione sotto questo punto di vista è impeccabile: si offre di stimolare e risolvere gli altrui problemi. La conquista è strisciante, ma ben voluta. Anzi, a volte, desiderata.

La strategia utilizzata è quella di “soft power”, e non prevede assolutamente eventi bellici né conflittuali: gli Stati coinvolti o “utilizzati” nel progetto hanno offerto il loro consenso a essere aiutati dalla Cina. È un tipo di conquista che utilizza una politica non aggressiva che passa attraverso il palese consenso dei Paesi interessati. Una “conquista consensuale”. Le basi militari cinesi vengono installate solo se ben accette (vedi Gibuti).

È la strategia delle infrastrutture che crea consenso. Considerando che alle infrastrutture classiche dobbiamo aggiungere quelle per l’approvvigionamento energetico e delle telecomunicazioni. La contropartita della costruzione delle infrastrutture sono gli accordi economici.

Il bello è che il Paese del Dragone si sta muovendo parecchio (tra la disattenzione generale) anche in una Europa sempre impegnata a risolvere contrasti interni, facendo accordi bilaterali con le singole nazioni o con un blocco di nazioni (tipo il “Central and Eastern European Countries-China Agreement”), bypassando l’Unione Europea che invece, come sempre, tende a spostare sul piano giuridico e burocratico questioni che in realtà sono politiche. Offre loro accordi bilaterali mietendo facilmente consensi dato che offre grande quantità di risorse attraverso la sponsorizzazione delle infrastrutture mentre, in antitesi, Bruxelles attua una politica severa, rigorosa e impeccabile, con provvedimenti che contengono un’alta percentuale di contorta burocrazia.

Lo scopo ufficiale di questa titanica impresa burocratica, monetaria, tecnologica e sociale, che fa impallidire ogni tipo di accordo militare o economico che gli USA hanno sbandierato fino a oggi, è quello di connettere e favorire la crescita economico-sociale della regione Euro-asiatica e di buona parte del continente africano, consentendo alla Repubblica Popolare Cinese  (obbiettivo ufficioso ma altrettanto palese) di creare una propria area di influenza esclusiva, in contrapposizione alle direttrici commerciali dove ancora regge l’egemonia americana.

Siamo forse al passaggio delle consegne?

In quasi tutto l’Occidente si moltiplicano i pentiti della globalizzazione, e alimentano i ripiegamenti nazionalisti. La Cina afferra la bandiera del globalismo, ne pretende la leadership, costruisce le nuove istituzioni per governarla finanziandola a condizioni vantaggiose praticamente per tutti.

Sarà una coincidenza, ma la politica dell’America first’ del presidente Trump s’inserisce perfettamente nello scacchiere globale: dove gli Stati Uniti arretrano, la Cina avanza. Dove l’Europa balbetta, la Cina avanza. Dove vi sono paesi sottoposti ad embargo dall’Occidente, questi si rivolgono volentieri alla Cina. I vuoti lasciati dagli Stati Uniti e dall’Europa, a meno d’improbabili repentine e convincenti inversioni di rotta, verranno riempiti dalla Cina: dovremo incominciare ad abituarci a questo nuovo scenario.

È un sogno fatto di ombre cinesi o è una realtà?

È una realtà decisamente già in marcia, a vedere i fatti, come è decisamente in marcia il suo condottiero: Xi Jinping.

La Repubblica Popolare lo osanna e lo segue, la sua politica intransigente e decisa sta segnando la storia del Paese. All’inizio di quest’anno l’Assemblea Nazionale del Popolo ha cambiato la Costituzione abolendo la soglia dei due mandati consecutivi della carica di Presidente, e ora Xi Jinping potrà governare senza limiti temporali: è il “Nuovo Imperatore” della Cina.

Il suo potere è così solido e indiscutibile che alcune sue idee e alcuni suoi progetti sono stati addirittura inseriti in quella stessa Costituzione. E l’inserimento della Nuova Via della Seta nella Carta fondamentale assume un significato profondo: il progetto non tramonta con Xi Jinping ma rimane un obiettivo indiscutibile a lungo termine.

Pechino punta sul controllo del debito di terzi paesi per divenire il cuore pulsante di un nuovo ordine economico mondiale, con l’obiettivo di superare i fasti della dinastia Tang che dominava millenni fa. Sembra pura fantasia, ma se i cinesi li conosci veramente, ti rendi conto che tutto è possibile, a volte anche l’impossibile!

La Cina non guarda più solo all’interno e al passato, ma all’esterno e al futuro. È da oltre un decennio che attua una forte politica d’investimenti diretti all’estero. La politica denominata “Going global” si è attuata attraverso piani di acquisizioni e investimenti effettuati da società a controllo pubblico. L’Africa, continente ricco di materie prime e fonti energetiche, è stato il primo obiettivo della strategia cinese, e ha preparato il terreno per il “Belt and Road Iniziative” il più grande e ambizioso progetto di espansione e di conquista globale nella storia dell’umanità.

La Cina ha preso coscienza di sé, sostiene Antonio Selvatici nel suo libro. Non intende più essere la “fabbrica del mondo” con manodopera a basso costo e operai umili ed emaciati, ma intende diventare la protagonista della nuova globalizzazione e pilotare il processo di ristrutturazione mondiale. Vuole essere una concreta alternativa, anche  militare, all’Occidente, un partner globale a cui rivolgersi, un solido  punto di riferimento in grado di offrire protezione e vantaggi  economici, monetari e politici. Ormai, i Paesi che subiscono sanzioni imposte dall’Occidente (vedi Russia, Iran, alcune Nazioni africane), si rivolgono alla Cina e ottengono ampia collaborazione e linee di credito.

Pensiamo alla capacità di pensare e attuare politiche di programmazione economica nel Paese del Dragone: i piani quinquennali, il progetto “Made in China 2025″ (piano di ristrutturazione dell’intero sistema produttivo) e La Nuova Via della Seta sono pianificazioni strategiche che il governo elabora, sponsorizza e impone alla sconfinata nazione. In Occidente le democrazie, estremamente sensibili agli umori degli elettori sembrano deboli e cagionevoli. Non vi è una programmazione economica a medio/lungo termine, anche perché la politica sembra preoccuparsi maggiormente dei risultati ottenuti (quando ci sono) nel brevissimo periodo, risultati da pubblicizzare nel corso, e soprattutto al termine, della legislatura. Un perverso meccanismo dedicato alla spasmodica raccolta del consenso. Una visione miope, non si vede lontano. In Occidente lo Stato, più o meno indebitato e legato a perverse regole di regolamentazione del debito pubblico, è più propenso a prendere quattrini ormai indispensabili per la propria sopravvivenza, piuttosto che sostenere ambiziosi e costosi progetti economici sia di portata nazionale che sovranazionale. Lo Stato sembra più propenso a drenare quattrini dalle imprese piuttosto che elargirne per sostenerle. In Cina la mano pubblica (che è ben visibile) sponsorizza fortemente con risorse economiche (e non solo) un determinato settore, ed  è probabile che nascano prodotti interessanti, anche perché il profitto è un elemento secondario rispetto alla strategia. Per questo la sfida globale è impari: due sistemi profondamente differenti si confrontano sullo stesso campo di battaglia. La politica espansiva e strategica della Cina difficilmente potrà essere arginata dal vuoto politico dell’Occidente. Mentre noi balbettiamo e litighiamo per le briciole, i cinesi pensano all’arrosto e ai succulenti contorni.

Nella Repubblica Popolare Cinese il governo pianifica e attua politiche economiche che, spesso, non rispondono a logiche di puro profitto ma tendono principalmente ad assicurare l’ordine sociale e l’armonia a un Paese sterminato, attraverso un pensiero che subordina l’interesse della collettività a quello della garanzia dei diritti civili. Il capitalismo, inteso come raggiungimento del massimo profitto, non è il fine. Il mercato e la produzione sono lo strumento politico-sociale che deve essere alimentato, guidato, calmierato e indirizzato dallo Stato. L’affermarsi della democrazia liberale sarebbe disastrosa.

Se l’ideale a cui aspira il mondo occidentale è l’autorealizzazione, quello a cui aspira l’Asia orientale è l’armonia, la sintonia. Il termine “armonia” ha in Cina la stessa valenza che la parola “libertà” ha in Occidente. Il concetto di opposizione è odioso perché evoca l’idea della disgregazione della società, infatti il termine cinese che esprime il concetto di libertà prende il significato negativo e menefreghista di “faccio quello che mi pare e piace”. Anche il significato che gli asiatici attribuiscono alle parole “Democrazia” e “Dittatura” è diverso dal nostro. La stragrande maggioranza degli asiatici non percepisce la Cina come una dittatura comunista, ma come un grande Paese democratico.

A suo tempo, sotto il Mandarinato, il governo godeva del prestigio del Mandato Divino, e ancora oggi la tradizione cinese gli riconosce una certa autorità morale che da tempo è sparita in Occidente. Nessun’altra grande società ha permeato così capillarmente il suo popolo della convinzione che l’individuo, in quanto tale, conta meno della massa; che l’autorità ha tutto il diritto di regolare il lavoro e la vita di centinaia di milioni di persone a qualsiasi costo, al solo scopo di portare a termine grandi opere per il bene dello Stato; e che lo Stato non va mai messo in discussione finché lavora per il bene comune. A volte noi occidentali fatichiamo a capirlo, ma qui il governo guida lo sviluppo non con la frusta ma con l’entusiasmo.

Un altro aspetto interessante di questo grande progetto sono gli accordi riguardanti i prestiti e la manodopera. Tutte le infrastrutture in questione sono realizzate direttamente da operai cinesi o gestite da aziende cinesi che poi si avvalgono di manovalanza locale. Qualcuno sostiene che la Cina abbia proposto l’amnistia e la pulizia della fedina penale a molti detenuti in cambio dell’espatrio forzato per essere ricollocati nel settore delle costruzioni.

La partecipazione di aziende cinesi, o al limite di Joint Ventures, è una delle poche richieste che la Repubblica Popolare fa per l’ottenimento dei finanziamenti. Secondo la Banca Mondiale, la Cina propone prestiti a condizioni molto favorevoli, senza tenere conto quelli che sono gli standard minimi per erogare fondi. Le parole d’ordine sembrano essere meno burocrazia e più flessibilità, e questo permette alla Cina di fare grandi accordi senza troppe remore con regimi militari, con Nazioni autoritarie come l’Arabia Saudita, il Congo, l’Uzbekistan, con alcuni tra i Paesi più corrotti al mondo o addirittura in guerra (Afghanistan e Yemen).

E se poi gli Stati che hanno ricevuto i finanziamenti non riescono a restituire i soldi, come è capitato ultimamente allo Sri Lanka? Non c’è (in apparenza) problema! Come accordi, sarà la Cina a gestire e a disporre delle infrastrutture, cosa che comporterà inevitabilmente la compromissione dell’autonomia dei Paesi, seppur c’è la rassicurazione da parte di Pechino di non ingerenza futura nella politica interna di alcuna Nazione coinvolta nel progetto.

Il pragmatismo che hanno avuto a suo tempo i cinesi nel lasciarsi prima “colonizzare” dalle multinazionali per poter imparare da loro e trasformarsi poi in conquistatori sta dando i suoi frutti.

Lo sfruttamento del lavoro, del territorio, l’inquinamento, il forte tasso di corruzione, le regole poco certe, il non rispetto del copyright, l’esportazione di alimenti con altissimi livelli di pesticidi, gli incessanti e consistenti aiuti di Stato alle imprese. L’economia socialista di mercato è riuscita nel suo intento. Sono stati bravi: in due o tre decenni il grande boom ha sviluppato un enorme trasferimento di ricchezza da Occidente verso Oriente. Ciò ha permesso di far uscire dalla povertà centinaia di milioni di abitanti da una parte del globo ma, contemporaneamente, ha impoverito decine di milioni di cittadini occidentali ignari dell’essere diventati merce di scambio di una visione della globalizzazione distorta.

Il trasferimento di ricchezza tra Occidente e Oriente è il frutto di una competizione scorretta, di modelli economici e politici differenti e incompatibili. Abbiamo silenziosamente permesso e alimentato una sorta di “livellamento globale”e  la materializzazione del sistema dei “vasi comunicanti”.

E in qualità di unico creditore in un mondo di debitori, la Cina si propone come la guida del nuovo ordinamento mondiale e la protagonista della nuova globalizzazione, presentandosi ammantata dall’aura romantica e pacifica delle carovane lungo le antiche rotte della leggendaria Via della Seta.

Per questo motivo, gli Stati Uniti hanno lanciato l’allarme su quella che invece viene definita la “Nuova” Via della Seta. Non si tratta solo di globalizzazione in salsa cinese, ma per Washington una vera sfida di espansione geopolitica. Ed è qualcosa a cui l’America, e l’Occidente in generale, non sono abituati ma che, ahimè, si dovranno per forza di cose abituare in fretta.

Per noi la Cina è lontana, molto lontana. Ma noi, dimentichi di un’altra leggenda dell’antichità, quella del cavallo di Troia, non ci rendiamo conto che per la Cina noi siamo vicini, molto molto vicini!

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