La globalizzazione vista, finalmente, dal Terzo mondo

       

“Non sarà la carità a sfamare il mondo, ma il commercio”, diceva Darwin 150 anni fa. E quel grande processo di sviluppo dell’umanità denominato “globalizzazione” lo sta in buona parte dimostrando.

La globalizzazione è stata la più grande panacea per l’umanità infatti, secondo molteplici indicatori, il mondo sta attraversando il periodo più straordinario della sua Storia: gli ultimi venticinque anni sono stati i migliori per il genere umano nel suo insieme. Mai si era visto nascere dal nulla, in un lasso di tempo così ristretto, un nuovo ceto medio di centinaia e centinaia di milioni di persone, finalmente libere dal giogo di una povertà più o meno estrema.

Non è facile da far passare questo concetto in Italia e in Europa, ma se consideriamo la cosa da un punto di vista del popolo di un Paese arretrato come il Viet Nam, dove vivo e dove ho visto il fenonemo applicarsi, prendere forma e crescere, gli enormi vantaggi che ne sono derivati sono innegabili. Il tutto a discapito, è vero, dell’Occidente sviluppato, cioè di quella piccola parte di mondo che si è arricchito quando tre quarti del pianeta era chiuso in se stesso, per motivi politici e per inefficienze varie. Basti pensare all’Unione Sovietica e le sue nazioni satellite, a quasi tutta l’Asia, al Sud America.

Il Viet Nam, come tutti i Paesi che soffrivano di indigenza, moriva dalla voglia di uno scossone che ridistribuisse la ricchezza. E lo scossone lo abbiamo dato proprio noi ricchi con la globalizzazione, che ha permesso a miliardi di cinesi, indiani, asiatici e, in qualche misura, anche latinoamericani di entrare in concorrenza diretta con l’Occidente, di sottrarci un po’ di quel “grasso” accumulato in passato.

Questo ha portato che per la grande maggioranza degli abitanti del pianeta le condizioni di vita sono oggi di gran lunga superiori a quelle di venticinque anni fa, malgrado la nostra percezione possa suggerire il contrario.

Infatti, dati alla mano, nonostante la notevole crescita demografica la percentuale di persone che vivono nella miseria si è dimezzata dai primi anni degli anni Novanta a oggi, e molto probabilmente scenderà ancora. L’educazione di base e il tasso di alfabetizzazione è clamorosamente aumentato, raggiungendo il 91%. La conflittualità tra i popoli è diminuita. I vaccini contro molte malattie terribili sono praticamente universali. La mortalità infantile è crollata. L’aspettativa di vita è aumentata di molto, anche nelle aree meno sviluppate. La tecnologia ha reso possibile l’accesso a ogni forma di informazione e di comunicazione (spesso gratuitamente). La qualità dell’assistenza sanitaria è migliorata in tutto il mondo e la quantità delle persone che ne possono usufruire è aumentata in modo esponenziale. *

Insomma, c’è senz’altro ancora molto da fare, e senz’altro la globalizzazione va gestita meglio eliminandone abusi ed eccessi, ma risorse, diritti e benefici sono planetariamente distribuiti molto più equamente oggi che non nel passato.

Il paradosso è che, di fronte a tutto ciò, in Occidente spesso sentiamo alzarsi un coro di accuse contro le vere cause di questo successo: il libero mercato e la globalizzazione.

Detto questo, potete pure insultarmi…
Sì, perché a quanto pare demonizzare lo sviluppo è “politicamente corretto”, almeno se si è occidentali e benestanti.

Il fronte anti globalizzazione si manifesta quasi solo all’interno del mondo già industrializzato e sui palcoscenici dell’”uomo bianco” e, paradossalmente, non nelle diseredate metropoli degli altri continenti direttamente interessati al “tanto biasimevole” fenomeno, da dove, semmai, arrivano richieste di ancora più globalizzazione.

Il fatto è che noi occidentali vogliamo essere sempre i protagonisti, abbiamo sempre la strana presunzione di capire le culture locali meglio dei locali e di doverle spiegare a tutti, incluso ai locali stessi. Stimiamo così tanto questi popoli di cui ci autoproclamiamo interpreti,però non ne stimiamo i loro esponenti al punto da lasciarli parlare per conto loro e senza dover fare i loro tutori.

Ogni volta che in Asia sono state intraprese delle azioni di modernizzazione tecnologica e sociale per migliorare le condizioni di vita della popolazione, pare sempre che una buona parte dell’Occidente, specialmente quella più radicale e illuminista, se ne dispiace e si lamenta perché, secondo loro, con il progresso si mettono in pericolo i pilastri della tradizione artistica e spirituale locale.

E magari i singoli che si lamentano e protestano contro la faticosa ma prorompente marcia verso la modernità di centinaia di milioni di esseri umani, lo fanno seduti comodi davanti a un computer con il quale si collegano con il mondo intero, probabilmente dopo aver acceso una luce elettrica con un semplice tocco a un interruttore e aver parlato con qualcuno lontano con un telefonino di ultima o penultima generazione. E magari questi contestatori del progresso (altrui) si sono appena sfamati prendendo cibi freschi dal frigorifero e preparato il pasto usando il gas in una cucina dotata di rubinetti per l’acqua calda o fredda. Vivono in case di mattoni riscaldate da termosifoni o rinfrescate da impianti di aria condizionata, attivano sifoni e sciacquoni idraulici, scendono al pian terreno o in garage in un ascensore, si muovono su mezzi motorizzati di ogni genere, lavorano in fabbriche e uffici largamente automatizzati, indossano vestiti e scarpe prodotti industrialmente, guardano la televisione e vanno al cinema, se non vogliono figli usano contraccettivi, se si ammalano fanno esami chimici o radiologici, prendono pillole e farmaci, si fanno operare e cercano di prolungare la vita il più possibile…

E che caspita!

Ma che ingiustizia sapere che il vietnamita, o chi per esso, non è più quel “gioioso” e pittoresco straccione che balla al ritmo della sua tradizionale indigenza. Che tristezza visitare quei posti lontani e imbattersi in un banale benessere diffuso, che toglie all’album delle vacanze quel tocco di esotismo e di suggestiva miseria generale da compatire e raccontare agli amici al ritorno a casa…

Il sentimento terzomondista è un nemico giurato dello sviluppo economico dell’Asia, manco l’arretratezza fosse, dall’alto della nostra opulenza, una condizione da difendere a tutti i costi.

Tutti questi signori si rattristano all’idea che gli orientali, comprando una vita piena di elettrodomestici e di altre diaboliche comodità, possano perdere le loro tradizioni millenarie, i loro costumi folcloristici, le loro antiche usanze.

Però quelle stesse persone che tanto si angustiano della spiritualità di questi popoli lontani, non considerano per niente la possibilità di disfarsi dei loro elettrodomestici e di tutte le comodità della società moderna, e di tornare alle usanze dell’antichità o del medioevo, sicuramente molto più spirituali, poetiche e pittoresche.

Praticamente, in questo contesto assurdo e ipocrita, si chiede agli asiatici di restare miserabili al solo fine di incarnare quella sfera culturale e sentimentale che è stata sbaragliata dalla (apprezzatissima) modernità e della quale, a tempo perso, sentiamo la mancanza.

Negli ultimi due decenni di residenza in uno di quei Paesi “a rischio di modernizzazione”, il Viet Nam, ho visto intorno a me una trasformazione epocale, sia a livello sociale che economico. Forse non ce ne rendiamo conto, ma la fame, l’indigenza, gli stenti nelle città decrepite e stagnanti, sono una brutta cosa, una bruttissima cosa! E se rimpiangiamo a nome di quei popoli i “tempi andati”, è solo perché quelle brutte cose non le abbiamo mai vissute, grazie al Cielo…

Mai era accaduto prima, nella storia dell’umanità, che in un solo quarto di secolo vi fosse un numero così enorme di esseri umani in grado di emanciparsi dalla miseria. Eppure noi, lì con la pancia piena, a farci menate per conto degli altri. E forse ce le facciamo proprio perché la pancia è piena.

Però, non appena la pancia ha meno di cui riempirsi, come purtroppo è successo da noi in Occidente negli ultimi anni, non è che siamo felici perché finalmente abbiamo un terreno più fertile dove sviluppare la nostra spiritualità e le nostre tradizioni, anzi…

…anzi, invece di “goderci” il calo del benessere, siamo tutti lì ad appellarci a quel presupposto della mitologia moderna che è la “Ripresa economica”, a cercare una qualche soluzione affinché le basi dell’economia possano ripartire. Oppure, al limite, c’è qualcuno che richiede a gran voce quella redistribuzione della ricchezza di ispirazione comunista, non comprendendo che proprio quella è stata una delle cause della miseria (o, per meglio dire, quel sistema ne è stata la sua razionalizzazione, seppur nato con buoni propositi). E il Paese dove vivo ne è stato, in passato, testimone.

All’inizio degli anni Novanta, dopo le proteste di piazza Tienanmen e durante una crisi ideologica ed economica della Cina, il presidente cinese Deng Xiaoping aveva capito che il sistema rischiava di collassare, come è collassato quello sovietico, e aveva quindi sdoganato la celebre massima di Confucio “Non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che acchiappi i topi”, mostrando di fatto di essere disponibile a liquidare il socialismo reale pur di ottenere risultati migliori dal punto di vista del benessere sociale. Il suo motto “Arricchirsi è glorioso: arricchitevi, compagni!”, ha dato poi il via a quella forma di reinterpretazione del marxismo, coniando quello che i cinesi amano chiamare”Socialismo con caratteristiche cinesi”, poi adottato anche dai politici vietnamiti.

Per giustificare l’uso (e l’abuso) del sistema capitalista nei Paesi come la Cina e il Viet Nam, dove falce e martello vengono ostentate orgogliosamente ma dove vige una sorta di capitalismo selvaggio e quasi senza regole (quel “quasi” è direttamente proporzionale alla qualità delle proprie “relazioni sociali”), mi sento spesso rispondere che noi occidentali pensiamo che dopo il capitalismo ci sarà ancora il capitalismo, mentre loro, cinesi e vietnamiti, sono convinti che dopo questa fase capitalista si finirà per tornare al comunismo, e la ricchezza che stanno generando oggi verrà poi immancabilmente redistribuita.

Sarà vero o sarà solo una giustificazione per assolvere se stessi?

Bah, io qualche dubbio ce l’ho: la realizzazione di quella redistribuzione mi sembra più un sogno che altro…
Seppur, è vero, il cinese non ha sogni: ha progetti, non sogni!

* (Fonti: Onu, Unesco, Unicef, Who, World Bank, Undp, Ocse)