La (non) Estetica nell’arte orientale

       

Il principio dell’Estetica come disciplina filosofica, storicamente, non si è mai veramente sviluppato all’interno della cultura dell’Asia orientale. La civiltà asiatica, impregnata di evocatività buddhista, di fatalismo propositivo Zen e di pragmatismo empirico confuciano, non ha mai partorito una reale distinzione tra teoria e pratica: ogni idea è già azione e ogni azione ha in sé energia e valore spirituali.

L’Estetica, cioè la teoria della “scienza del bello”, come la intendiamo in Occidente, prevede naturalmente che vi sia una bellezza da contemplare e un soggetto che la contempla. Ma, in uno sfondo culturale così poco metafisico come quello asiatico, il concetto canonico di “bellezza” non esiste e nemmeno viene preso in considerazione.

La bellezza non può mai essere oggettiva o soggettiva, e tantomeno obiettiva perché, come la realtà stessa, è relativa e dipende dalle contingenze, dai contesti, dagli stati d’animo. Possono esistere opere, manufatti, situazioni o eventi connotabili, ma non definibili, come belli, ma in questi orizzonti di pensiero a esercitare un ruolo principale sono le zone intermedie, gli spazi indefiniti e carichi di suggestione.

In quell’incontro inatteso di forme, spazi, colori che prima si ignoravano e che chiamiamo arte, in Oriente può anche essere considerato “bello” per esempio un qualche cosa di imperscrutabile, di ambiguo o di malinconico, ma non necessariamente la bellezza deve coincidere con l’imperscrutabilità, l’ambiguità o la malinconia. E di conseguenza non è formulabile una teoria estetica che faccia riferimento a questi canoni.

L’espressione artistica dell’Asia orientale è un ricettacolo di asimmetrie, di sfumature, di spazi vuoti che non vanno riempiti ma assaporati per come sono. La bellezza è un qualcosa di allusivo invece che esplicito, è empirica e non dottrinale, sentimentale più che razionale. Amante della penombra e dell’inespresso, il concetto del “bello” non contempla necessariamente la perfezione delle forme, anzi, rifugge il perfezionismo, che viene al limite perseguito solo nella creazione dell’imperfezione, che diventa a sua volta una specie di perfezione.

La pittura non deve confrontarsi con il paesaggio reale perché già dispone di una quintessenza propria. Non è mera rappresentazione di luoghi o di avvenimenti, ma un insieme più o meno calibrato, a seconda della sensibilità dell’artista, di pennellate, toni di colore e composizione. Un paesaggio non si prefigge di apparire come un paesaggio, bensì come il disegno, o la riproduzione, di un paesaggio.

Mentre in Occidente si ha la pretesa che il linguaggio, la tecnica, la ragione umana possano cogliere e coincidere con l’essenza della realtà, il pensiero orientale ha sempre sottolineato l’inadeguatezza del linguaggio e del pensiero logico a esprimere la realtà ultima, e di conseguenza l’opera d’arte stessa viene avvicinata più all’istinto che non all’intelletto e alla cultura.

Inconsciamente convinti che ogni volta che una situazione si sviluppa fino alle sue estreme conseguenze, essa sia costretta a invertire il proprio corso trasformandosi nel proprio opposto, gli orientali sono amanti della dottrina che possiamo definire “Aurea mediocritas”, che rifiuta ogni eccesso e invita a rispettare il “giusto equilibrio”. Meglio avere troppo poco che avere troppo, ed è meglio lasciare un’opera incompiuta che compierla in eccesso, perché, se e vero che in questo modo non si va molto lontano, si è però sicuri di andare nella direzione giusta. Il tocco supremo dell’artista è il sapere quando fermarsi.

In questo strano universo dell’irrisolto e dell’asimmetrico la bellezza è relativa, è equilibrio fra esteriore e interiore, non è perfezione di forma ma armonia, anche inconscia. E il gesto del creare è spesso più importante dell’opera creata. Non viene particolarmente esaltata l’estetica finale, ma soprattutto lo sforzo dell’artista e la sua dedizione e umiltà nei confronti del proposito.

Anche il copiare va bene, se nell’atto del duplicare c’è rispetto e tensione verso l’apprendimento. La tradizione confuciana celebra l’imitazione come adulazione e come un benevolo omaggio verso l’artista originale, un segno di devozione e reverenza.

La storia dell’arte in Cina reca proprio questa impronta, e in effetti quella che consideriamo la civiltà più antica del mondo ha lasciato ben poco di “antico” nel senso in cui lo intendiamo noi, essendo essa così concentrata sulla duplicazione più che sulla creazione.

Non per niente, applicando il concetto all’economia e alla società contemporanea, può essere considerato un atto di stima e di ammirazione nei confronti della produzione mondiale quella spudorata contraffazione e falsificazione dei prodotti originali perpetrata da una parte dell’Asia orientale, Cina in testa.

Dietro alla cannibalizzazione e al plagio c’è, in un certo senso, acclamazione e lode, devozione e reverenza, espressione artistica e manifatturiera di un intero popolo che, nella loro faziosa inconsapevolezza, non percepisce quel misfatto compiuto sotto forma di fraudolento e sleale opportunismo commerciale…