Asia & Oriente

       

“Confucio e Aristotele: l’Armonia in Oriente è l’Essere in Occidente”
“La consapevolezza del non agire
“Guerra & pace”
“La coscienza dell’Impermanenza nella rinuncia”
“Ama chi sposi, non sposare chi ami!”
“Karmaticamente parlando, l’Occidente è più o meno evoluto dell’Oriente?”
“Quel che sembra non è, quel che è non sembra”
“Mappe intellettuali e strumenti di pensiero”
”Gli artisti sono liberi di volare, ma solo in gabbia”
“Occidentali in esilio da se stessi”

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“Confucio e Aristotele: l’Armonia in Oriente è l’Essere in Occidente”

Il Vietnam, come un po’ tutta l’Asia orientale, ha una cultura che decisamente tende a far prevalere gli interessi collettivi su quelli individuali, i cui vari aspetti sono ben rappresentati dal Confucianesimo.
L’Occidente tende a sbilanciarsi nei confronti dei diritti dell’individuo, rafforzando le pretese del singolo nei confonti della società, indebolendone così i suoi obblighi nelle relazioni, cosa che porta al logoramento e alla disgregazione del tessuto sociale. L’Oriente tende invece a sbilanciarsi nei confronti dei doveri sociali, che rafforzano le pretese della società sull’individuo, indebolendone i diritti.
Il Confucianesimo incoraggia l’umiltà dell’individuo nell’interesse più alto della famiglia, della comunità, della nazione, fin quasi ad avvilirlo. Per una persona che ha interiorizzato il valore dell’individualismo, come noi occidentali, è quasi intollerabile accettare il conformismo e la sottomissione al gruppo, come in linea di massima avviene in Oriente.
Noi consideriamo la cosa alla stregua di un’inammissibile perdita della dignità umana, ma per chi possiede l’orientamento collettivo, l’ambizione principale della vita è proprio andare incontro alle aspettative che il gruppo ha nei suoi confronti, per potersi pienamente realizzare a livello personale. A livello individuale, il completo conformismo del singolo è una strategia atta ad ottenere rispetto, status, cooperazione ed assistenza dagli altri membri della comunità, mentre a livello di gruppo, esso assicura equilibrio e stabilità.
Noi occidentali siamo figli, da un lato, di un principio di fratellanza che sta nella nostra cultura classica e cristiana, dall’altro del Romanticismo, un movimento che ha contribuito in modo determinante a forgiare la nostra percezione del mondo. Il Romanticismo esaltava nell’individuo l’intuito, l’emozione, il sentimento, la passione. Enfatizzava l’importanza del mondo dei sensi e propendeva verso il mondo dell’immaginazione, della fantasia, della ricerca di una realtà che non fosse un qualche passato idealizzato o un utopistico futuro.
In Occidente (Aristotele) si considera la realizzazione dell’individuo come condizione necessaria all’armonia della società; in Oriente (Confucio) si considera l’armonia della società come una condizione necessaria per la realizzazione dell’individuo.
Secondo il Confucianesimo il concetto di “Armonia” occupa in Oriente il posto centrale che in Occidente spetta al concetto di “Essere”. L’armonia è l’arte di gestire nel modo meno conflittuale possibile i rapporti fra i membri dell’ordine sociale. Risolvere i conflitti con dei compromessi è dunque più importante che affermare la “giustizia”, poiché la “giustizia” non può essere una verità assoluta e intangibile.
Dal pensiero filosofico greco è derivata, in Occidente, una mentalità logica, matematica, razionale, scientifica. Il pensiero Orientale invece è analogico, metafisico, simbolico, interconnesso con la catena di causa-effetto.
Non c’è una visione comune nella quale si possano disporre il pensiero orientale e quello occidentale, innanzitutto perché non esiste una base linguistica comune. La nostra filosofia ha un problema con la saggezza, mentre gli orientali hanno un problema proprio con la filosofia.
Insomma, noi abbiniamo un modello alla realtà, siamo idealisti, mentre loro sono concreti, realisti. Noi approfondiamo, loro generalizzano; noi cerchiamo l’evento, loro lo temono; noi siamo audaci, loro guardinghi; noi siamo collerici, loro indifferenti; noi abbiamo fretta, loro attendono le trasformazioni silenziose insite nelle cose.

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“La consapevolezza del non agire

La tradizione taoista Wu Wei significa letteralmente “azione senza azione” oppure “movimento senza sforzo”.
Il Wu Wei si muove in maniera flessibile secondo l’ordine naturale delle cose. Se una strada è bloccata, il Wu Wei, invece di provare a forzarla, ne sceglie in maniera intuitiva un’altra, sulla base delle circostanze immediate.
Non è apatia o indifferenza, è un modo pratico di attraversare il mondo. Quello che usano le gocce di pioggia, e le colonie di formiche e gli elefanti in migrazione.
Non è certezza né incertezza perché non è qualcosa che riguarda la nostra mente. È movimento, un passo di danza intuitivo che scorre senza mai forzare; uno stato di apertura attiva che cambia in maniera organica seguendo i capricci del presente; un ballo giocoso con l’ignoto capace di assumere il ritmo forsennato di un samba o quello riflessivo e sinuoso di un lento.
Non è una danza che mira alla perfezione. Lascia spazio a scatti, oscillazioni, salti che possono finire anche male. Non è escluso nemmeno che ci si trovi a terra,sfiniti.La cosa importante è avere sempre l’orecchio rivolto al ritmo,anche se ci si trova a terra a faccia in giù,e battere il tempo con un dito sulla polvere.    (C. Bensen)

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“Guerra & pace”

Fino a non molto tempo fa, il nome “Vietnam” non era sinonimo di Paese, ma piuttosto lo si associava a una brutale guerra che portò alla mortificazione dell’esercito americano. Solo più tardi, con l’apertura al turismo, ha preso la dimensione geografica di una nazione inserita nel panorama mondiale, non solo nella sceneggiatura di un film hollywoodiano.
La guerra che coinvolse a suo tempo gli Stati Uniti d’America in Vietnam, terminata nel 1975, aveva in apparenza motivazioni semplici, basate sulla presunta “difesa della libertà e della democrazia”. Però, che senso aveva parlare di potere esecutivo, potere legislativo, e libertà di parola quando il primo bisogno per i vietnamiti era una ciotola di riso per sopravvivere? Il Vietnam aveva bisogno di una sola libertà, quella dalla schiavitù del bisogno, e quella di cui parlava il mondo occidentale, oltre a essere incomprensibile, era un lusso che non interessava. Andavi nelle campagne, dicevi il verbo votare, e ti rispondevano con il verbo mangiare.
I ragazzi americani mandati a combattere quaggiù non conoscevano, o non comprendevano, le guerre diverse che erano in atto in questa terra. Per loro si trattava di una cosa molto semplice: la Democrazia contro il totalitarismo del Marxismo. Per la gente locale, invece, la guerra non era questo, e non poteva esserlo, perché quasi nessuno conosceva l’una e tantomeno l’altro. Per loro era una guerra d’indipendenza, come lo è stata la rivoluzione americana, con i combattenti nordvietnamiti che lottavano per, secondo il loro punto di vista, liberare il Vietnam del Sud dall’occupazione straniera.
Nello stesso tempo c’era chi combatteva per ideali religiosi, come i buddhisti contro i cattolici. Dietro la guerra religiosa c’era poi la battaglia tra gli abitanti delle città e quelli delle campagne, tra i ricchi contro i poveri, tra chi voleva trasformare il Vietnam e chi voleva lasciarlo così come era stato per secoli. E, sotto tutto questo, vi erano le faide tra i vietnamiti locali e quelli emigrati, e i primi contro i cinesi, che detenevano il potere economico e commerciale.
Come potevano sperare gli americani di porre fine a tutto ciò con una battaglia così diversa dalla realtà delle forze in campo?
Prima e durante la guerra, nel sud i cattolici mortificavano i buddhisti a causa dei loro culti ritenuti primitivi; gli abitanti delle città, governate da stranieri o da forze filo straniere, deridevano e imbrogliavano gli “imbecilli” delle campagne. Tali città erano viste dai contadini come inferni soggetti alla cultura occidentale, fatta di bordelli, bar, mercato nero e alienazione.
I combattenti nordvietnamiti, al contrario, erano considerati i vicini di casa, gli amici che non li schernivano e che, anzi, li difendevano dal nemico diabolico, che cercavano di mantenere la tradizione e il culto a loro tanto caro, che lottavano per l’indipendenza del Vietnam dalle forze maligne straniere. Avere l’appoggio del popolo delle campagne e dei poveri, contro quelli che venivano considerati i traditori dell’insegnamento degli antenati, è stata la leva decisiva.
I nordvietnamiti, pervasi da un senso quasi fanatico di dedizione a un Paese unificato sotto il loro controllo, consideravano la guerra contro gli Stati Uniti, e i loro alleati sudvietnamiti, una continuazione dei duemila anni della loro resistenza contro i cinesi e successivamente contro i francesi. Erano pronti ad accettare perdite illimitate pur di conseguire questo sacro obiettivo.
Gli strateghi americani commisero gravi errori di giudizio sui nordvietnamiti, applicando a essi i propri valori. Ritenevano che i continui bombardamenti avrebbero indotto i loro capi a capire che stavano sacrificando la loro popolazione, e li avrebbe quindi costretti a chiedere la pace. Non conoscevano per niente la loro capacità di resistenza e la loro straordinaria disciplina e determinazione, aiutata anche dal fatto di non dover rendere conto ad alcuna opinione pubblica interna di opposizione.
In America, qualsiasi comandante che avesse subito le stesse pesanti perdite del capo dell’esercito nordvietnamita sarebbe stato allontanato immediatamente. Ma nessun prezzo era troppo alto per i comandanti del Nord se riuscivano a colpire duramente le forze americane: i generali valutavano la situazione non in base alle loro perdite, ma in base al traffico di bare americane dirette verso gli Stati Uniti.
I combattenti misero in atto varie tattiche per controbilanciare la loro inferiorità militare. Furono sempre tesi ad “afferrare il nemico per la cintura”, frase da loro usata per indicare gli scontri a distanza ravvicinata, allo scopo di impedire agli americani di far uso dell’artiglieria e dell’aviazione per non correre il rischio di colpire anche i loro stessi soldati. “Quando il nemico attacca, ci ritiriamo; quando resiste, lo infastidiamo; quando è stanco e disorganizzato, lo attacchiamo; quando si ritira, lo incalziamo”. Utilizzando la tecnica Zen del non opporre resistenza (“Il pugno non provoca alcun dolore, se tu non ci appoggi sopra la faccia…”), del semplice scansare i colpi quando essi erano carichi d’energia, i vietnamiti diventarono inafferrabili, sfuggenti, imprevedibili. E infatti, pur privi di mezzi e miseramente armati, con le loro tattiche hanno saputo scardinare il potentissimo e fino ad allora invincibile esercito americano, obbligandolo a una clamorosa e imbarazzante ritirata. Non per niente, ancora oggi nel lessico giornalistico il vocabolo “Vietnam” è spesso usato come sinonimo di disfatta, di annientamento, di sconfitta.
Oggi invece il Vietnam è un Paese aperto e sereno, in ottimi rapporti diplomatici con tutti e, paradossalmente, soprattutto con gli Stati Uniti d’America, con i quali condividono pragmaticamente strategie economiche e geopolitiche.
Fa un certo effetto, più a noi occidentali che a loro, che hanno invece completamente dimenticato e voltato pagina senza alcun rancore, vedere l’amore che i giovani vietnamiti oggi hanno per la cultura americana. Lo si vede lungo le strade trafficate di Hanoi o di Saigon, ora chiamata Ho Chi Minh City, dove è facile incontrare ragazze adolescenti in abiti americani, canticchiando una canzone di Lady Gaga o di Miley Cyrus. O nelle lunghe file davanti ai cinema per vedere l’ultimo film di Hollywood, o davanti ai Mac Donalds e agli Starbucks in attesa di avere un posto a sedere, non tanto perché quello che propongono è particolarmente buono (anzi…), ma perché rappresentano i simboli del Sogno americano.
Il bello è che tutto questo accade sotto le tante bandiere rosse con falce e martello che decorano le città, ma anche in questo caso fa più effetto a noi occidentali che non a loro. L’amore per la cultura americana non viene vissuto come una rivalsa o una sfida alle autorità locali, ma viene semplicemente vissuto per quello che è, senza alcun peso simbolico, senza rancore o tensione. E qui sta tutta l’essenza della cultura orientale: viene semplicemente vissuto per quello che è…

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“La coscienza dell’Impermanenza nella rinuncia”

“La rinuncia non consiste nel lasciare le cose di questo mondo, ma nell’accettare che se ne vadano”

Tutto è impermanente, prima o poi se ne va. La rinuncia è la condizione di non attaccamento, l’accettazione del fatto che le cose se ne vanno.
L’impermanenza è, di fatto, un altro nome per “perfezione”. Le foglie cadono, si accumulano i prodotti della decomposizione, da questi rinascono i fiori e le foglie: cose che sentiamo come piacevoli.
La distruzione è necessaria. Un incendio nel bosco può essere necessario, e a volte il nostro intervento può rivelarsi controproducente. Senza distruzione non può prodursi la nuova vita, non può manifestarsi la sua meraviglia: il continuo mutamento.
Dobbiamo vivere e morire. Questo processo è perfezione. Il cambiamento non è precisamente quello che ci saremmo aspettati.
Non apprezziamo la perfezione dell’universo perché il nostro impulso ci spinge a cercare un modo per durare per sempre nel nostro eterno fulgore. Benché ridicola, la nostra speranza è questa.
La resistenza al cambiamento stride con la perfezione della vita, cioè la sua impermanenza. Se la vita non fosse impermanente, dove sarebbe la sua meraviglia?
Ma l’ultima cosa che vogliamo è la nostra impermanenza. Chi non ha avuto un sussulto al primo capello bianco?
Nell’esistenza umana infuria un conflitto. Rifiutiamo di vedere la verità, rifiutiamo di vedere la vita. La nostra attenzione è altrove: sul campo di battaglia delle nostre paure, tanto su di noi che sulla nostra vita.
Per vedere la vita dobbiamo prestarle attenzione. Ma ci interessa poco, siamo impegnati nella lotta per conservarci in eterno.
Battaglia futile e angosciosa, che ovviamente non vinceremo. Vince sempre la morte, il “braccio destro” dell’impermanenza.                  (Joko Beck)

“Saggio è colui che non si lascia ingannare dalla stabilità apparente, e che prevede in quale direzione andrà il prossimo mutamento”

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“Ama chi sposi, non sposare chi ami!”

I vietnamiti, che tradizionalmente ritengono ogni affare terreno un abbozzo… ultraterreno, distinguono il matrimonio in due componenti: il “Duyên” e il “Nợ”. Queste, insieme, definiscono il Karma di due individui sposati fra loro, il destino che hanno in comune e che devono realizzare. “Duyên” significa ‘amore’, attrazione fisica e affetto; “Nợ” significa ‘debito’, il dovere che si accompagna alle funzioni di marito o moglie.
In un matrimonio senza “Nợ”, la fiamma della passione arde troppo intensamente e rischia di bruciare la coppia, ed è spesso causa di violenze reciproche, di avventure extraconiugali, e di tutte le altre bassezze che possono compiere due persone deluse; mentre in un legame senza “Duyên”, non esiste passione né affetto, al di là delle buone maniere, e nessun’altra prospettiva che il lento e freddo adempimento di un contratto in tutte le sue clausole.
Che il matrimonio sia diretta conseguenza dell’amore tra due persone, è un concetto che in Vietnam ha preso piede solo negli ultimi lustri. Prima era un’unione di bisogni da soddisfare, esigenze che potevano essere quelle dei rapporti tra famiglie, della rispettabilità, delle necessità economiche.
Siccome ogni singolo elemento del nucleo famigliare è per cultura responsabile degli altri per tutta la vita, il semplice innamorarsi e sposarsi era un lusso che pochi potevano permettersi. Ecco tornare in mente il detto di Confucio: “Ama chi sposi, non sposare chi ami!”. L’equazione secondo la metrica occidentale “Ti amo + tu mi ami = stiamo insieme”, può reggere solo se tu, con il tuo partner e i tuoi cari, hai di che da mangiare ogni giorno, il che qui potrebbe essere tutt’altro che scontato: l’amore ha bisogno della pancia piena!

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“Karmaticamente parlando, l’Occidente è più o meno evoluto dell’Oriente?”

Oltre al già menzionato confucianesimo, il buddhismo è un’altra delle religioni praticate in Vietnam.
Una caratteristica del buddhismo è la sua tolleranza, la sua bonarietà, l’assenza del peccato, la mancanza di quel peso sordo che noi in Occidente ci portiamo sempre dietro, e che è in fondo il collante della nostra civiltà: il senso di colpa.
In una società buddhista niente è mai terribilmente riprorevole, nessuno ti rinfaccia pesantemente qualcosa, nessuno cerca di darti una lezione. Il buddhismo ti lascia in pace, non ti chiede nulla (e tanto meno di diventare buddhista). Il buddhismo dice di non uccidere: e coloro che lo fanno? fatti loro, saranno mal reincarnati. Nessuno cerca di fare giustizia ora, qui: non tocca a noi.
Del resto, questa nostra vita non è che una scuola, un breve periodo di apprendistato: ognuno poi raccoglierà ciò che ha seminato e seguirà il proprio “Karma”, quel fatalismo “scientifico” che interpreta la realtà come un infinito susseguirsi di cause ed effetti, tutti correlati tra loro, naturale ed ovvio come l’alternarsi del giorno con la notte.
In Asia non si preoccupano della distinzione tra religione e superstizione, come non si sono mai posti il dilemma occidentale di designare con certezza ciò che è o non è scienza. Praticano da sempre l’Astrologia, per esempio, senza però mai domandarsi se le basi sulle quali si posa sono “scientifiche”. Secondo la loro esperienza funziona, e questo è abbastanza. Gli spiriti degli antenati sono reali come per noi lo sono i virus o lo è la genetica. Chi di noi ha mai visto il virus dell’influenza o toccato con mano il corredo cromosomico personale? Eppure ad essi ci crediamo.
Probabilmente, a voler essere poco “scientifici”, la verità è che né noi né loro possiamo determinare le nostre vite: loro questo lo chiamano destino, noi lo chiamiamo genetica.
Più che una religione, il buddhismo è un atteggiamento nei confronti della vita, è una lettura del mondo dalla prospettiva di una società contadina che, vivendo di fianco alla natura, deve spiegarsene l’infinita crudeltà. Nella natura non c’è giutizia, non c’è mai resa di conti. Allora perché pretenderla fra gli esseri umani, che sono anch’essi parte della natura?
In fondo, possiamo dire che il buddhismo, se applicato rigorosamente, è la negazione della società civile e di qualunque progresso. Da un lato abbiamo l’Occidente, che si è concentrato sul mondo attorno all’Io ed è diventato materialista, e questo Io soffre di squilibri spirituali. Dall’altro abbiamo l’Oriente, che ha scavato nell’Io ed è diventato spirituale, ma ora questo Io troppo spesso soffre di fame e di epidemie. Evidentemente è nel punto d’incontro tra le due culture che equilibrio e armonia possono manifestarsi.
Comunque mi chiedo: a livello “scientificamente” karmatico, l’Occidente è più o meno evoluto dell’Oriente?

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“Quel che sembra non è, quel che è non sembra”

Ho capito tutto del Vietnam all’inizio, poi non ci ho capito più nulla! Più ci vivi e più ti addentri nei suoi labirinti culturali, più ne esci confuso e disorientato, fino ad arrivare all’unica soluzione possibile: il distacco dall’Ego e il buonsenso di “mollare la presa”. Ecco sperimentate le verità del buddismo.
Quando si viene da queste parti per la prima volta, magari come turista, si arriva in breve tempo ad avere più certezze e idee chiare dell’Asia orientale di quante ne possa avere io oggi. Idee errate, ma chiare.
Ciò che si vede e si ascolta viene all’inizio filtrato dalla nostra logica occidentale e ordinatamente incastrato nelle pertinenti caselle di riferimento del nostro inconscio: questo è uguale a quello, tale causa comporta tale effetto, questa azione è conseguenza di quell’altra. Non si è nemmeno sfiorati dal sospetto che la stragrande maggioranza delle nostre osservazioni, e delle relative conclusioni, sono completamente sbagliate e fuori luogo.
L’abisso culturale che esiste tra Occidente e Oriente è più profondo di quel che può apparire, e forse è proprio questo il bello. Siamo, noi e loro, individui sociali portatori di identità così diverse nella loro componente psicologica strutturale, nella percezione e interpretazione della realtà, quotidiana ed esistenziale, che diventa difficile avere dei codici di riferimento comuni.
Il pensiero occidentale ha bisogno di inquadrare la realtà in modelli interpretativi razionali e ben definiti, creando categorie distinte e polarizzate come positivo/negativo, bene/male, prima/dopo, al fine di avere dei punti di riferimento precisi in grado di spiegare gli avvenimenti dell’esistenza.
Il pensiero orientale, invece, tende a essere più aperto al dubbio e cerca più che altro di intuire nel suo insieme la realtà anche senza riuscire a comprenderla e spiegarla nei dettagli. È più tollerante nei confronti della frustrazione del “non vederci chiaro”, e accetta di buon grado che le categorie possano confondersi fra loro e sfumare verso forme di pensiero che, perlomeno ai nostri occhi, risultano a volte essere decisamente confuse e inconcludenti.
Il Vietnam è un po’ come la meccanica quantistica, qui le cose sono e non sono allo stesso tempo. Quel che si vede e si sente spesso non è che l’ombra di una cosa, e ciò che pare la realtà è spesso solo teatro. Quel che sembra non è, quel che è non sembra: la realtà che si fa paradosso, la simmetria che si manifesta intangibile e volubile, l’incongruenza che si rivela spontanea tra le ombre del quotidiano.
Il voler capire ogni dinamica e ogni logica nelle incongruenze che questo scenario ti offre in continuazione, spiazzando le tue previsioni, è un compito quasi impossibile e comunque una fatica davvero inutile, perché ciò che riesci alla fine a comprendere, verrà smentito cinque minuti più tardi.
Mi viene da dire che se Freud si fosse trovato a dover elaborare le sue teorie in una realtà così inafferrabile e paradossale, sicuramente avrebbe abbandonato la psicologia scoraggiato. Sarà per questo che in Oriente la scienza della psicanalisi è completamente ignorata?
Tutto questo può a volte implicare delle incomprensioni che, se male interpretate, possono portare noi occidentali a combattere contro immaginari mulini a vento, contro giganti presenti di solito solo nelle pieghe culturali delle nostre menti. Per questo non bisogna mai essere troppo seri in Asia: non c’è spazio per la serietà, altrimenti finirà col rodere tutti gli altri sentimenti.

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“Mappe intellettuali e strumenti di pensiero”

Per noi occidentali la lettura è un importante esercizio di meditazione mentre gli orientali hanno meno aspettative nei libri, confidano più nelle persone, nel relazionarsi con le cose. Di solito non sentono il bisogno di palliativi leggendo: c’è già tutto nella vita, purché le si presti attenzione, e il leggere può distrarre da questo compito.
La mente umana è in grado di approcciarsi a due tipi di pratica intellettiva: quella razionale, radicata nel modo di essere e pensare Occidentale, e quella intuitiva, più adeguata all’atteggiamento Orientale.
In Occidente, l’approccio razionale appartiene sia all’ambito della scienza che a quello della pratica intellettuale, il cui compito è di analizzare, calibrare, comporre mappe narrative della realtà e delle finzioni nelle quali il tutto è ridotto ai suoi contorni, fino a risultare la rappresentazione della realtà più facile da afferrare che non la realtà stessa. E i libri, in questo contesto, sono ottimi strumenti di pensiero, mentre la lettura è un importante esercizio per nutrire l’intelletto di immaginazione e di nozioni empiriche, a loro volta autoalimentate dall’intelletto stesso.
Il pensiero dell’Oriente, invece, è interessato più alla saggezza intuitiva che alla comprensione razionale. Per sviluppare lo spirito, gli orientali ritengono più efficaci due strumenti come la discrezione e l’intuito, piuttosto che la ragione e le sue equivalenti velleità creative. La realtà che si vuole conoscere manifesta ampie zone d’ombra in cui la ragione può perdersi e l’intuito invece orientarsi. E qui la percezione intuitiva, insieme alla lettura dei riverberi della vita, sono più pertinenti e auspicabili della maggior parte dei testi racchiusi nei libri.
La pretesa occidentale che la conoscenza e la narrativa possano coincidere con l’essenza della realtà si scontra, di fondo, con il pensiero orientale, che ha sempre sottolineato l’inadeguatezza del pensiero logico e della speculazione cerebrale. La conoscenza e l’elaborazione mentale hanno dei limiti, da sole non bastano, e nessuna loro abbondanza alimenterà il nostro spirito, né potrà mai concederci felicità e pace durevoli.
In generale gli orientali amano il ripetersi delle cose, non sono vittime di quel sentimento così individualista, figlio dell’importanza di sé, che è la noia. Non sentono il bisogno di riempire spazi vuoti allestendo liturgie ricreative, anche perché gli spazi in cui abitiamo non sono mai vuoti, ma già riempiti dal tempo stesso a nostra disposizione.

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”Gli artisti sono liberi di volare, ma solo in gabbia”

Oscar Wilde sosteneva che non esistono libri morali o libri immorali, esistono solo libri scritti bene o scritti male. In Estremo Oriente, invece, i libri vengono molto spesso giudicati per il messaggio educativo che propongono al pubblico, prima ancora della qualità del testo.
Nell’estetica asiatica, specialmente nella parte permeata dalla morale confuciana come la Cina e il Vietnam, ciò che è ritenuto bello non è tanto l’oggetto d’arte, come per esempio una composizione letteraria, ma il gesto e i propositi dell’artista nel realizzarlo. Quello che ci si aspetta da uno scrittore è un piccolo contributo a quelle varie dinamiche che, per semplificare, possiamo chiamare “armonia sociale”, tanto cara alla dottrina di Confucio. Qualora dovessero venire meno questi propositi, il testo verrebbe ignorato prima ancora della pubblicazione.
Secondo la nostra metrica occidentale, è normale essere diffidenti nei confronti di certe barriere sociali (e non solo sociali) imposte alla creatività intellettuale degli artisti (i quali in Oriente sono spesso liberi di volare, sì, ma solo in gabbia), però si tratta, appunto, della “nostra” metrica occidentale.

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“Occidentali in esilio da se stessi”

Da questa calda terrazza, circondato da tanti occidentali in esilio da se stessi, osservo Saigon in tutto il suo quotidiano percorso gastronomico: sbollentata all’alba, brasata al mattino, arrostita sul mezzogiorno, rosolata nel pomeriggio, mantecata al tramonto, al flambé di notte.
Saturata la misura delle responsabilità e della buona volontà, o esaurite le speranze e le illusioni, molti occidentali sono finiti col spiaggiarsi in questa città, un po’ per potersi defilare da se stessi, un po’ per fuggire da quel che era il loro mondo, dalle famiglie, dalle frustrazioni, dalla monotonia, dai fallimenti e dalle delusioni varie. L’Asia attrae quel tipo di persone che, nel mezzo o sul finir del cammin di propria vita, hanno deliberatamente o forzatamente deciso di smarrirsi e di lasciarsi andare verso un’opinabile deriva. E per esiliare se stessi, Saigon è un luogo ideale.
Qui trovano il privilegio di vivere un’insolita quotidianità fatta di stravaganti enigmi da decifrare, nuovi sogni e nuove illusioni da abbracciare, o di sentirsi dispensati da ogni forma di pudore e di vergogna.
Per natura propria, il Vietnam, come altri Paesi simili, dispone di tutto un campionario di rituali a portata di mano che permettono di addomesticare quelle sconfinate quattro mura di mondo che abbiamo intorno, e distrarci dalle prigioni che invece abbiamo dentro.
Quando si arriva si ha l’impressione di potere tutto, di avere accessibilità a ogni desiderio. Nulla, o quasi, sembra impossibile. Probabilmente questa percezione di onnipotenza è parente prossima dell’impotenza, ma spesso l’Asia non interpone ostacoli morali tra la fantasia e la realtà, ed è quindi facile perdersi nell’illusione di aver fermato il tempo e di avere finalmente riscattato l’inadeguatezza originaria.
Tanti di loro (o di noi) occidentali emigrati da queste parti, vivono (o viviamo) quella sottile e ridicola forma di follia che possiamo chiamare “dissociazione”, quel flebile scollamento tra quello che si dice di essere e quello che veramente si è. Nessuno si sente a suo agio nella propria pelle o appagato per quello che è, e allora cerca con la fantasia una controfigura da dare in pasto al nuovo palcoscenico, attribuendosi una vita con un passato pieno di avventurose epopee, un magnifico presente di trionfi e un fantasmagorico futuro di progetti esaltanti, fino al punto di doversi districare in una fitta rete di bugie per nascondere al mondo e, soprattutto, a se stessi la propria infermità esistenziale.
Nessuno pensa di essere una semplice comparsa, tutti si sentono protagonisti in grado di ridisegnare le sorti del mondo che li circonda. Tutti discutono, commentano, mettono a fuoco e tutti vogliono insegnare qualcosa. Secondo me dovrebbero mettere una tassa sui commenti: chi arriva da fuori e tenta di spiegare o reinventare quel che vede, paga!
Le occasioni di incrociare eccentrici personaggi in cerca d’autore qui sono effettivamente molte. Ancora non ho capito se sia la prolungata permanenza in giro per il mondo a provocare certi effetti collaterali, o se invece sono delle precarietà psichiche di base a spingere i soggetti a partire per il mondo: sta di fatto che di casi cronici qui se ne incontrano veramente tanti, incluso, probabilmente, me stesso.
Comunque sia, l’Asia ha di positivo che è in grado di dare un passato a chi non ce l’ha, un presente a chi non lo vede e un futuro a chi non lo spera. E questo è bello. Forse…

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