L’Altrove esotico esistenziale

       

Trasgredendo il monito di mio nonno, che mi consigliava di girare pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia, a un certo punto della mia mediocre esistenza ho deciso, come nelle fiabe, di mettere in pratica quel desiderio di diserzione comune a molti: mollare tutto e volare via.

Considerando che la vita è troppo corta, oppure è troppo lunga, perché ci si possa permettere di viverla male, talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai.

E così ventuno anni fa ho mollato tutto (che non era poi tanto) e sono volato in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

La fine dell’embargo americano contro il Vietnam, a metà anni Novanta, gettava le premesse per il dischiudersi di uno stato fino a quel momento sconosciuto e inquietante. Per molti di noi in Occidente, il nome “Vietnam” non era sinonimo di Paese, ma piuttosto lo si associava a una brutale guerra che portò alla mortificazione dell’esercito americano.

Solo più tardi ha preso la dimensione geografica di una nazione inserita nel panorama mondiale, non solo nella sceneggiatura di un film hollywoodiano.

A quei tempi era decisamente insolito anche solo prendere in considerazione l’eventualità di avviare per conto proprio un’attività imprenditoriale in Vietnam, essendo un paese molto povero, per buona parte diffidente e chiuso in se stesso, con poche regole (poche ma ben confuse), appena uscito da un lungo embargo e da un doloroso dopoguerra.

Era tra virgolette un “Far West”, con tutte le connotazioni che questa condizione comporta, seppur collocato geograficamente nel… “far east”.

Però, oltre all’attrazione immaginaria ed estetica che subivo nei confronti del Sud-est asiatico, il Vietnam aveva per me il fascino di una nuova frontiera da scoprire e metaforicamente conquistare, seppur con tutti i rischi connessi, e ho ritenuto opportuno essere tra i primi ad approdarvi.

Ero sempre stato attratto dall’Altrove, dall’esotico esistenziale, e il Vietnam di vent’anni fa era così emotivamente Altrove da non riuscire a immaginarmi in un Altrove più estremo.

Infatti, la scelta di questa destinazione ha in un certo qual modo colmato il vuoto della mia natura di evaso, che mi portava prima o poi a dover sempre scappare da dove ero. Poi, col tempo, l’Oriente ti cresce prima addosso e in seguito dentro, fino al punto di non riuscire più a immaginarti altrove.

Durante i primi anni, le premesse per fare business erano tutt’altro che accoglienti, però piano piano anche questo Paese ha cambiato prospettiva e iniziato a partecipare al grande banchetto della globalizzazione che, malgrado alcune conseguenze discutibili, ha effettivamente contribuito a fare uscire dalla fame centinaia di milioni di persone del Terzo Mondo, seppur a discapito di parte del nostro Mondo.

Questo contesto ha contribuito ad attirare una marea di occidentali, tra i quali alcuni italiani, con l’illusione di poter fare soldi facilmente.

L’impressione che si poteva avere visitando il Vietnam a quel tempo, era la mancanza di molte tipologie di attività o di prodotti, e che quindi vi erano grandi vuoti da colmare sul mercato. Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, tali attività e prodotti mancavano semplicemente perché… ne mancava la richiesta!

Il troppo entusiasmo, combinato a una scarsa esperienza di Asia e a troppo poca autocritica, aveva reso ciechi di fronte a tutta una serie di difficoltà legali e ambientali, con il desolante risultato di aver portato al fallimento la maggior parte di quell’ondata di imprenditori, anche a causa della crisi internazionale iniziata nel 2008 e che si è in parte manifestata anche qui.

Oggi, con la ripresa economica che si sta delineando, il Vietnam si propone in modo più maturo e responsabile, con regole e leggi meglio definite. È un Paese aperto e sereno, desideroso di attrarre l’interesse straniero, sia per le sue qualità produttive che per il suo mercato interno in costante crescita.

Per noi italiani, il Vietnam è sempre stato un Paese di periferia, raramente incluso tra le possibili mete di emigrazione o tra i territori di opportunità commerciali. Se poi consideriamo che, ancora oggi, nel lessico giornalistico il vocabolo “Vietnam” è spesso usato come sinonimo di disfatta, di annientamento, di ritirata, facendo riferimento alla clamorosa sconfitta dell’allora “invincibile” esercito americano, è comprensibile che vi sia una certa diffidenza nei confronti di questa destinazione.

Non per niente risultano risiedere qui solo poche centinaia di italiani, in parte impiegati in grandi aziende del nostro Paese, nei vari ruoli manageriali, altri come imprenditori di attività più o meno piccole, oltre ai componenti della diplomazia di rappresentanza, cioè Ambasciata, Consolato e Istituto per il Commercio Estero.

Anche qui, come un po’ in tutto il mondo, l’emigrazione italiana non è solida e organizzata come può essere quella anglosassone o francese. I nostri spostamenti di massa sono sempre spostamenti di singoli o di piccoli nuclei che, con spirito da avventurieri un po’ allo sbaraglio, prendono posizioni nel mondo esportando piccoli mestieri e, spesso, grandi abilità.

Un italiano in Asia, spesso, cerca di costruirsi una trincea di abitudini tipicamente nazionali, alle quali difficilmente può rinunciarvi a lungo. E nello stesso tempo convive con le inevitabili discrepanze culturali e ambientali, trovandosi coinvolto in un alternarsi emotivo che lo porta a volte a rimpiangere un passato (e un futuro) altrove, e altre volte a gioire del privilegio di essere parte dell’affascinante scenario che lo circonda.

Ritengo comunque che l’integrazione di un occidentale in Asia possa ben difficilmente realizzarsi completamente. Purtroppo, o per fortuna, tra Occidente e Oriente c’è un enorme abisso culturale, più profondo di quel che può apparire, e forse è proprio questo il bello!

Siamo, noi e loro, individui sociali portatori di identità così diverse nella loro componente psicologica strutturale, nella percezione e interpretazione della realtà, quotidiana ed esistenziale, che diventa difficile avere dei codici di riferimento comuni sui quali costruire una compatibilità prospettica profonda.

Ci deve essere rispetto, ci deve essere tentativo di condivisione, ma la totale integrazione è una fiaba che la superficialità porta a credere, ma che è difficilmente realizzabile.

Questo può a volte implicare delle incomprensioni che, se male interpretate, possono portare noi occidentali a combattere contro immaginari mulini a vento, contro giganti presenti di solito solo nelle pieghe culturali delle nostre menti.

Per questo non bisogna mai essere troppo seri in Asia: non c’è spazio per la serietà, altrimenti finirà col rodere tutti gli altri sentimenti.

L’Italia ha ancora una fantastica reputazione in questo continente, malgrado gli atteggiamenti troppo spesso autolesionisti di noi italiani. È un Paese che affascina, è riconosciuto come una “superpotenza culturale”, è sinonimo di eleganza e di qualità.

Dovremmo concentrarci più sulle nostre virtù e mostrare più spesso i nostri pregi, che sono tanti, piuttosto che sbandierare masochisticamente i nostri difetti (che sono comunque altrettanti…).

Visto da lontano, il panorama italiano è troppo litigioso. A volte si litiga nevroticamente pur essendo d’accordo solo perchè vengono dati significati diversi alla stessa parola. Tutto questo è impensabile in Paesi come il Vietnam, dove l’anima confuciana considera l’armonia sociale il fondamento della civilizzazione di un popolo.

Della crisi economica e morale che sta attanagliando l’Italia (e non solo), mi ha colpito un’atroce ma perspicace frase di Severgnini che rispecchia un po’ la percezione che ho dall’estero, che diceva “Gli italiani hanno scelto: meglio un declino dolce di una risalita faticosa”.

Mi auguro che tale prognosi sia completamente errata e che si lasci da parte almeno per un po’ la devastante cultura degli alibi e, invece di maledire il buio, proviamo noi italiani una volta per tutte ad accendere la luce!