Occidentali in esilio da se stessi

       

Giugno, Saigon, Vietnam.

Da questa calda terrazza, circondato da tanti occidentali in esilio da se stessi, osservo Saigon in tutto il suo quotidiano percorso gastronomico: sbollentata all’alba, brasata al mattino, arrostita sul mezzogiorno, rosolata nel pomeriggio, mantecata al tramonto, al flambé di notte.

Saturata la misura delle responsabilità e della buona volontà, o esaurite le speranze e le illusioni, molti occidentali sono finiti col spiaggiarsi in questa città, un po’ per potersi defilare da se stessi, un po’ per fuggire da quel che era il loro mondo, dalle famiglie, dalle frustrazioni, dalla monotonia, dai fallimenti e dalle delusioni varie.

L’Asia attrae quel tipo di persone che, nel mezzo o sul finir del cammin di propria vita, hanno deliberatamente o forzatamente deciso di smarrirsi e di lasciarsi andare verso un’opinabile deriva. E per esiliare se stessi, Saigon è un luogo ideale.

Qui trovano il privilegio di vivere un’insolita quotidianità fatta di stravaganti enigmi da decifrare, nuovi sogni e nuove illusioni da abbracciare, o di sentirsi dispensati da ogni forma di pudore e di vergogna.

Per natura propria, il Vietnam, come altri Paesi simili, dispone di tutto un campionario di rituali a portata di mano che permettono di addomesticare quelle sconfinate quattro mura di mondo che abbiamo intorno, e distrarci dalle prigioni che invece abbiamo dentro.

Quando si arriva si ha l’impressione di potere tutto, di avere accessibilità a ogni desiderio. Nulla, o quasi, sembra impossibile.

Probabilmente questa percezione di onnipotenza è parente prossima dell’impotenza, ma spesso l’Asia non interpone ostacoli morali tra la fantasia e la realtà, ed è quindi facile perdersi nell’illusione di aver fermato il tempo e di avere finalmente riscattato l’inadeguatezza originaria.

Tanti di loro (o di noi) occidentali emigrati da queste parti, vivono (o viviamo) quella sottile e ridicola forma di follia che possiamo chiamare “dissociazione”, quel flebile scollamento tra quello che si dice di essere e quello che veramente si è.

Nessuno si sente a suo agio nella propria pelle o appagato per quello che è, e allora cerca con la fantasia una controfigura da dare in pasto al nuovo palcoscenico, attribuendosi una vita con un passato pieno di avventurose epopee, un magnifico presente di trionfi e un fantasmagorico futuro di progetti esaltanti, fino al punto di doversi districare in una fitta rete di bugie per nascondere al mondo e, soprattutto, a se stessi la propria infermità esistenziale.

Nessuno pensa di essere una semplice comparsa, tutti si sentono protagonisti in grado di ridisegnare le sorti del mondo che li circonda.

Tutti discutono, commentano, mettono a fuoco e tutti vogliono insegnare qualcosa.
Secondo me dovrebbero mettere una tassa sui commenti: chi arriva da fuori e tenta di spiegare o reinventare quel che vede, paga!

Le occasioni di incrociare eccentrici personaggi in cerca d’autore qui sono effettivamente molte. Ancora non ho capito se sia la prolungata permanenza in giro per il mondo a provocare certi effetti collaterali, o se invece sono delle precarietà psichiche di base a spingere i soggetti a partire per il mondo: sta di fatto che di casi cronici qui se ne incontrano veramente tanti, incluso, probabilmente, me stesso.

Comunque sia, l’Asia ha di positivo che è in grado di dare un passato a chi non ce l’ha, un presente a chi non lo vede e un futuro a chi non lo spera.

E questo è bello. Forse…