L’amore è spesso confuso con il vuoto lasciato da un desiderio insoddisfatto

       

Ho Chi Minh City, Vietnam

È notte fonda, ma la luna è accesa. Mi sono sconosciute le ombre attorno, ma a quanto pare loro conoscono me: ho la sensazione che questo buio sappia tutto e mi consoli lo spirito proteggendomi con una coperta di stelle.

Che scenario fantastico: le cose più belle della vita sono senza prezzo, oltre che gratuite. Questa è una caratteristica rasserenante della natura, la sua sconfinata meraviglia è lì per tutti: nessuno può desiderare di portarsi a casa la luna o le stelle!

Abbigliato come un manichino evaso da una vetrina, elegante quel tanto di troppo che basta per tradire la mia poca eleganza, mi guardo le mani che avevo smarrito dimenticandole sulle ginocchia e che solo ora lei mi ha restituito.

Alzo gli occhi per ammirarla mentre si muove con la grazia di un’aurora boreale, lasciando scivolare le forme del suo corpo sotto la seta che lo ricopre.

Il vestito di una donna è la sintesi tra il pudore e la magnificenza: con i tesori che manifesta deve alludere ai piaceri che nasconde.

Emana un buon profumo che sa di mattina, d’immenso illuminato, un misto di aria pulita e di rugiada, di spiaggia deserta e di terra bagnata.

È proprio vero, una donna che si profuma è una che utilizza armi chimiche per conquistare: non vale!

La passione amorosa è un concetto occidentale, spesso confusa con il vuoto lasciato da un desiderio insoddisfatto. Noi uomini la usiamo per presupposti sentimentali o per dissimulare a noi stessi il fatto che siamo ossessionati da una donna.

In Oriente c’è meno ossessione, meno psicosi, e proprio per questo rischiamo di farci del male, tanto male.

Non penso che ciascuno di noi sappia davvero chi è la persona che amiamo, ma sicuramente amiamo la persona che riteniamo essa sia. Ma l’amore, così come lo raffigurano le donne, è decisamente sopravvalutato: è pura propaganda ideologica femminile.

Sono alla ricerca di distrazioni, di ringhiere che mi aiutino a superare il timore di cadere nel vuoto e di annegare tra le onde autunnali dei suoi occhi a mandorla, delle sue labbra color ciliegia.

Allora rinuncio a quella mia faccia da giorno feriale e mi accingo a ballare come solo io (non) so ballare. Alzandomi dal divano color sangue di bue, incalzo il ritmo dondolando la testa sul collo, come quei cagnetti finti che si mettono sui pianali delle auto, e inizio a roteare gli avambracci davanti al torace con i pugni chiusi, ondeggiando in modo un po’ dozzinale il busto di qua e di là e i piedi avanti e indietro.

Mi sento felice come un deficiente, ma vorrei avere un paio di occhiali da sole per schermare i riflessi scuri del buio notturno ed equilibrare, almeno in parte, la gioia di tanta pochezza.

Se lei mi nota, io esisto. E infatti lei è là che mi guarda, perplessa. La vedo. Se avessi la coda scodinzolerei.

Mi vien voglia di comporre in suo onore un ululato alla luna. Alzo il mento e tento un paio di ululi, maldestri, inadeguati, poi capisco che è meglio tacere e rimettere in fila i miei pensieri, ricollocare le mie paure.

Sento che è il momento di fermarmi e di ricomporre i vincoli delle mie cautele scontate: meglio sedermi e riassumere il ruolo a me più appropriato di “tappezzeria”, dopo aver ricoperto quello di “arredamento” quando ho acquistato una terza dimensione ballando.

Riallineo un testicolo fuggiasco e assumo la posa del guerriero, quello che dopo la battaglia fissa intensamente l’orizzonte con la focale ottica tarata su infinito.

Sono piuttosto fiero delle mie gesta, ma attorno a me vedo totale indifferenza. Nessuno mi considera, pure i muri mi danno le spalle.

La dignità può essere una buona cosa, ma solamente se qualcuno è pronto a riconoscere che tu ne sei in possesso, se no, in caso contrario, se ne può fare anche a meno.

Anche lei non mi nota più, quindi non esisto.

Peccato.

Alla fine io le chiedevo soltanto ciò che tutte le persone libere sognano: una prigione.