Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia

       

Ho Chi Minh City, Vietnam.

Ebbene sì, anche per me vi fu un periodo della vita che, con tanta ipocrisia e ovvietà da volantino, volevo cambiare il mondo. Ero uno che se avevo problemi di vista, invece di mettermi gli occhiali, protestavo e pretendevo a gran voce che tutto il mondo cambiasse e si mettesse a fuoco per me.

Tra le mani non avevo la bacchetta magica, ma solo l’arroganza e la presunzione tipiche della gioventù, quel periodo sopravvalutato della vita di un uomo, colmo di confusione, di ansie e d’infelicità.

Ero posseduto da un senso di giustizia che mi devastava l’anima e non volevo scendere a patti con il mondo, con la sua imperfezione, come se io non ne facessi parte.

Forse la mia non era voglia di cambiarlo per un senso di giustizia, ma solo un alibi per uscire da quel mio modo di vivere che mi dava un senso d’inutilità.

Mi sentivo inadeguato e mi disturbava che, senza di me, questo mondo sarebbe andato avanti ugualmente. Non è un caso che la voglia di cambiarlo mi sia venuta proprio quando ho maturato la consapevolezza del mio futuro.

Sta di fatto che volevo cambiare il mondo e alla fine sono cambiato io! Dov’ero quel giorno in cui ho negoziato tutte quelle romantiche ideologie in cambio del posto di lavoro fisso che mi sono ritrovato addosso pochi anni dopo?

Così, nell’arco di un tempo neanche tanto lungo, ho accettato incondizionatamente la mia resa allo squallore di un mondo che deridevo e disprezzavo.

Non solo, per un po’ di anni trovavo pure gradevole, oltre che virtuosa, quella vita senza vita, quei giorni che si susseguivano con la speranza che passassero in fretta.

Ogni mattina mi svegliavo e, combattendo contro il traffico e contro il tempo, correvo al mio posto di lavoro. Quello che è assurdo è che non mi venivano a prendere di peso e mi forzavano ad andare frustandomi, ma al lavoro, con la paura perfino di arrivare in ritardo, ci andavo da solo: mi avevano clamorosamente addomesticato!

Però sognavo, sognavo a occhi aperti, procreavo fantasie e illusioni, toccavo con mano di lusinga le meraviglie di una vita stupefacente che non stavo vivendo.

Sognare è molto comodo, a patto di non essere obbligati a fare ciò che abbiamo progettato. Sognando non corriamo rischi, non viviamo frustrazioni, né momenti difficili. Poi, una volta invecchiati, possiamo sempre incolpare gli altri, preferibilmente i genitori, le mogli, o i figli, per non averci fatto realizzare ciò che desideravamo.

Per quanto responsabile e disciplinata possa essere la vita di un essere umano, esiste in ciascuno una fiammella segreta, più o meno soffusa, pronta a trasformarsi in un incendio di libertà ritrovata se si presenta l’occasione.

È quel barlume interiore di vita sommersa, quell’istinto inconscio di sogni rinnegati, che di tanto in tanto ci impone di fuggire dalla mediocrità e dalla miseria esteriore, di fuggire dalla noia dei giorni tutti uguali, piccoli e grigi, sia pure tramite una storia sentita raccontare, un film o le pagine di un libro.

Poi, un giorno, me ne sono andato e ho cambiato la mia vita. Me ne sono andato alla tenera e significativa età dei trentatre anni e sono approdato in quella realtà parallela, in quella quotidiana rivelazione che era, e che tuttora è, il Vietnam.

E dire che mi ero spinto fin quaggiù, così lontano da Alpi e Prealpi, solo per respirare un poco il presente di un passato che ancora doveva venire, e cercare di comprendere quel futuro che avevo vissuto sino a ieri.

E invece, di attimo in attimo, ho visto tale futuro divenire presente, e il presente perdersi in un passato pieno di ricordi profondi, così profondi da non farmi più lasciare questo Paese.

Certo che non mi sarei mai aspettato, quando ero piccino, di finire in quella terra bruciata da napalm e odio, in cui antiche e nuove leggende si confondono con la realtà, e dove mirabolanti gesta di indefessi Rambi portarono gloria e rigurgiti d’eroismo nelle nostre sale cinema di periferia.

Quelli erano i tempi in cui mio nonno, probabilmente parafrasando un adagio d’antica data, usava ammonirmi “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia!” lasciando, in quell’ipotesi che era la mia post-adolescenza, perplessità ed incongruenza che ancor oggi mi porto appresso: ma come si può girare il mondo senza mai uscire dall’Italia???

Dentro me mi chiedevo e richiedevo, parafrasando a mia volta una canzone antica quasi quanto mio nonno, “Come può uno scoglio arginare il mare?“, e quali sono i reali confini tra la geografia ed il pensiero? e quali quelli tra geografia e mio nonno? e dove finisce l’una per iniziare l’altro, vi sarà mai una dogana di coerenza?

Quindi, per essere fedele con l’empirico astrattismo del mio caro avo, antico ma nello stesso tempo ben attuale come la sopracitata canzone di Lucio Battisti, sono venuto in Vietnam per cercare il vero contenuto di tale aforisma, per sperimentare razionalmente ogni eventuale confine mentale esistente tra le due cose.

Che forse Saigon, e con essa il Vietnam intero, si trovi in realtà in Italia?

…bah, ai posters l’ardua sentenza…