Il tempo è bellissimo, meglio farsene una ragione

       

Aprile, Nha Trang City, Vietnam.

Il tempo è bellissimo, meglio farsene una ragione. Oggi a Nha Trang il clima è implacabilmente stupendo e, se dentro di te il tempo è cupo, non aspettarti alcuna solidarietà meteorologica da parte di questa città.

Dopo due giorni sotto un diluvio che avrebbe impressionato anche Noè, immersi in un paesaggio simile al negativo di una fotografia, tutto bianco, grigio e nero, un sole spavaldo è salito sul trono del cielo dominando il paesaggio e liquefandone i contorni.

Rassegnato a tutto questo, io giaccio inerte sul lettino in spiaggia, con la panza volta a Est, verso le Filippine, e il pelo della schiena volto a Ovest, verso la Pianura Padana: mi sembra di essere un po’ come una creatura mitologica, metà uomo e metà sdraio.

Attorno a me si sente solo il suono dell’abbronzatura, tutto il resto è silente.

Spaparanzato, impassibile agli eventi che comunque non succedono, lascio che l’immobilità dell’esistenza resti fedele a se stessa mentre il tempo si sfalda in un pantano molliccio, in cui le ore si appiccicano tra loro come marmellata.

L’esperienza ci insegna che in spiaggia il medesimo giorno si ripete sempre, molto simile, ma mai proprio uguale al precedente. Si adegua a leggeri e discreti mutamenti. Ma alla fine, questa simmetria tra i giorni rende le nostre biografie impalpabili, irrilevanti, vaporose.

Pure io, come buona parte dell’umanità, mi accontento di spiaggiarmi nel mio piccolo angolo tranquillo, un angolino in cui non dover fare altro che dormire per poter sognare di vivere.

Poco distante una fanciulla vietnamita ha appena preso possesso dello sdraio e si sta preparando a essere grigliata come tutti noi. È bellissima! È un po’ scuretta, sembra il crepuscolo fatta pelle: ha una carnagione disumana da quanto è bella.

Va detto che le vietnamite sono stranamente belle anche quando sono brutte, ma questa è esplicitamente bella.

Usa un profumo che sa di mare, di vento di mare. Oppure è semplicemente il mare qui accanto a profumare di mare?

La vedo sedersi sul bordo del lettino nella posizione più aggraziata e accattivante che una donna possa inconsapevolmente assumere: la mano sinistra sopra l’orecchio sinistro e la mano destra che passa ad arco sopra il capo.

Come scriveva Jennings in un suo libro, questo particolare atteggiamento del capo, delle mani, delle braccia e della parte superiore del busto, fa di ogni donna, nuda o vestita, un poema di curve e di dolci angoli. Il viso voltato lievemente verso il basso e di lato, le braccia che lo incorniciano in una composizione armoniosa, la linea del collo che fluisce liscia verso il seno, le mammelle dolcemente sollevate dalle braccia alzate.

In questa posizione, persino una donna anziana sembra giovane, una donna grassa sembra snella, una donna smunta sembra rotondetta, e una bella donna non può mai essere più bella di così.

Ah, se solo Dio si decidesse a provare la propria esistenza mettendomi questa fanciulla tra le braccia, la farei lievitare di felicità, la consumerei di cortesie e premure, la terrei come la cosa più pregiata di questa Terra.

Non avrebbe il tempo di respirare da sola, perché io respirerei con lei; non potrebbe avere fame, perché io l’avrei già saziata; non potrebbe dubitare, perché io l’avrei già rassicurata; non potrebbe desiderare, perché io l’avrei già soddisfatta; non potrebbe scappare… perché io l’avrei già incatenata. Eccheccaspita, con tutto quel che sto facendo per lei!

Purtroppo, però, mi rendo conto che quando fisso il mare, il mare fissa me; quando fisso le poche nuvole in cielo, le stesse poche nuvole in cielo fissano me; ma quando fisso lei, lei fissa tutto tranne me…

Perché, ragazza mia, non rinunci al tuo potere di attrarmi, così che io possa perdere il desiderio di volerti?

Mio zio diceva che basta dire tre volte a una donna che è bella perchè alla prima ti ringrazi, alla seconda ti creda, alla terza ti ricompensi.

Dovrei allora dispensarle, urlando a bassa voce, tutte le lusinghe che ho in cuore per lei, magari giustificandomi che una donna è tanto bella quanto i complimenti che ha ricevuto?
Oppure gridarle di venire, mia amata, per adorarci a vicenda prima che non ci sia più nulla di lei e di me?
O pretenderla come Costante di ogni Equazione della vita, come Massimo Comun Divisore della mia esistenza altrimenti al Minimo Comune Multiplo?

Va beh, forse è meglio non uscire troppo dai binari della decenza, tenendo presente di quali stratagemmi e malizie l’uomo è capace, nel dialogo con se stesso, per dare ai propri più mediocri moventi le spiegazioni più nobili…

Alzo lo sguardo lontano e ordino il rompete le righe ai miei pensieri. La cagionevole prosa del mondo mi snida dall’universo parallelo nel quale mi ero rifugiato.

È l’occhio a creare l’orizzonte, e l’orizzonte è troppo vicino quando si è piccoli, ma laggiù, dove il cielo ha il colore del mare, finisce il finito e comincia l’infinito, il non-luogo in cui il mondo nascosto sommerge il mondo fenomenico.

Sento il bisogno di alzarmi, di scrollare l’acquitrino che ho dentro. Mi raddrizzo e torno ad essere me stesso, non avendo purtroppo alternative.

Torno a vestirmi di inadeguatezza, come sempre: è un abito che mi va a pennello, seppur di solito preferisco non guardarmi allo specchio.