Quel che sembra non è, quel che è non sembra

       

Ho capito tutto del Vietnam all’inizio, poi non ci ho capito più nulla! Più ci vivi e più ti addentri nei suoi labirinti culturali, più ne esci confuso e disorientato, fino ad arrivare all’unica soluzione possibile: il distacco dall’Ego e il buonsenso di “mollare la presa”. Ecco sperimentate le verità del buddismo.

Quando si viene da queste parti per la prima volta, magari come turista, si arriva in breve tempo ad avere più certezze e idee chiare dell’Asia orientale di quante ne possa avere io oggi. Idee errate, ma chiare.

Ciò che si vede e si ascolta viene all’inizio filtrato dalla nostra logica occidentale e ordinatamente incastrato nelle pertinenti caselle di riferimento del nostro inconscio: questo è uguale a quello, tale causa comporta tale effetto, questa azione è conseguenza di quell’altra. Non si è nemmeno sfiorati dal sospetto che la stragrande maggioranza delle nostre osservazioni, e delle relative conclusioni, sono completamente sbagliate e fuori luogo.

L’abisso culturale che esiste tra Occidente e Oriente è più profondo di quel che può apparire, e forse è proprio questo il bello. Siamo, noi e loro, individui sociali portatori di identità così diverse nella loro componente psicologica strutturale, nella percezione e interpretazione della realtà, quotidiana ed esistenziale, che diventa difficile avere dei codici di riferimento comuni.

Il pensiero occidentale ha bisogno di inquadrare la realtà in modelli interpretativi razionali e ben definiti, creando categorie distinte e polarizzate come positivo/negativo, bene/male, prima/dopo, al fine di avere dei punti di riferimento precisi in grado di spiegare gli avvenimenti dell’esistenza.

Il pensiero orientale, invece, tende a essere più aperto al dubbio e cerca più che altro di intuire nel suo insieme la realtà anche senza riuscire a comprenderla e spiegarla nei dettagli. È più tollerante nei confronti della frustrazione del “non vederci chiaro”, e accetta di buon grado che le categorie possano confondersi fra loro e sfumare verso forme di pensiero che, perlomeno ai nostri occhi, risultano a volte essere decisamente confuse e inconcludenti.

Il Vietnam è un po’ come la meccanica quantistica, qui le cose sono e non sono allo stesso tempo. Quel che si vede e si sente spesso non è che l’ombra di una cosa, e ciò che pare la realtà è spesso solo teatro. Quel che sembra non è, quel che è non sembra: la realtà che si fa paradosso, la simmetria che si manifesta intangibile e volubile, l’incongruenza che si rivela spontanea tra le ombre del quotidiano.

Il voler capire ogni dinamica e ogni logica nelle incongruenze che questo scenario ti offre in continuazione, spiazzando le tue previsioni, è un compito quasi impossibile e comunque una fatica davvero inutile, perché ciò che riesci alla fine a comprendere, verrà smentito cinque minuti più tardi.

Mi viene da dire che se Freud si fosse trovato a dover elaborare le sue teorie in una realtà così inafferrabile e paradossale, sicuramente avrebbe abbandonato la psicologia scoraggiato. Sarà per questo che in Oriente la scienza della psicanalisi è completamente ignorata?

Tutto questo può a volte implicare delle incomprensioni che, se male interpretate, possono portare noi occidentali a combattere contro immaginari mulini a vento, contro giganti presenti di solito solo nelle pieghe culturali delle nostre menti.

Per questo non bisogna mai essere troppo seri in Asia: non c’è spazio per la serietà, altrimenti finirà col rodere tutti gli altri sentimenti.