La vera libertà consiste nell’avere un luogo in cui tornare

       

La grande sala dell’aeroporto, lo spazio grigio e azzurrino animato di voci amplificate, lo scorrere di carrelli, l’apparire e lo scomparire di scritte luminose, pettini passati tra capelli, rossetti passati su labbra, sigarette bruciate di fretta, bambini sgridati, bambini accarezzati, poltroncine di plastica occupate in modo apparentemente definitivo e un attimo dopo abbandonate per sempre, sguardi, gesti, strette di mano, baci, sorrisi.

Penso che l’aeroporto sia il posto ideale per osservare le persone: si incrocia il fluido ottimismo di chi sta partendo per chissà dove e la stanchezza di quelli che tornano.

Vuoi mettere un aeroporto lindo ed efficiente con l’umidità sudaticcia dei passeggeri in transito in una stazione ferroviaria?
Qui non dormono barboni, tutto sembra parlare di vacanza, al massimo di una trasferta di lavoro in una città che sarà bella da visitare.

Mi allineo alla folla canalizzata sui percorsi obbligati. Ancora una volta mi sorprendo di passare sotto il metal detector senza far suonare l’allarme, nonostante le mie palle d’acciaio (…).

E poi la scaletta appoggiata alla fusoliera, gradini rumorosi saliti a fatica. La scomodità del posto assegnato, volti e gomiti sconosciuti, cinture allacciate con piccoli scatti.

L’accelerazione, il decollo, il vuoto sotto, il vuoto dentro, il vuoto nella pancia. Nuvole bianchissime e pannose. Vibrazioni e soffi d’aria convogliata. Fa freddo. Fa caldo.

Sotto di noi, un intero continente.

L’Asia da un aereoplano, dall’alto dei suoi trentamila piedi di quota e al passo delle sue seicento miglia all’ora di velocità, sembra nient’altro che sé stessa.

Là sotto il mondo vede passare un aereo, ma quassù io vedo passare il mondo: siamo pari!

Dal piccolo oblò cerco qualche punto di riferimento della mia esistenza.
Del resto, la maggior parte della vita, forse proprio quella più significativa, con più opportunità, l’ho passata proprio in questo continente: ci dovrà pur essere un qualcosa di me laggiù.

Eppure vedo solo un enorme sole rosso che si sta preparando a tramontare, trascinando con sé il giorno e disegnando vaste pozze d’ombra tra le valli e le pianure. Nient’altro. Di me non c’è traccia.

In fondo è bello sapere di essere riuscito a esistere senza farsi notare, in punta di piedi, e di potermene tornare da dove sono venuto con la complicità del silenzio.

Metalliche turbolenze strutturali e vuoti d’aria improvvisi ci scuotono violentemente: io non ho paura di volare, io ho solo paura di precipitare!

Credo che sbagli chi dice che gli uccelli sono liberi perché possono volare: se non avessero un posto su cui atterrare, se non ci fosse un ramo su cui posarsi per riposare, maledirebbero le loro ali. La vera libertà consiste nell’avere un luogo in cui tornare.

Nonostante tutto, mi piace la percezione di questo viaggiare veloci. Mi permette di abitare in uno stato intermedio, tra luoghi e tempi diversi: un presente in allontanamento rapido dal passato, verso un futuro che continua a spostarsi.

Mi sembra che a queste velocità la vita possa solo inseguirmi senza afferrarmi, perché se mi raggiungesse, già lo so, cercherebbe di bloccarmi a terra e premermi con richieste e pretese fino a non lasciarmi più respirare.

Quando inizia la discesa il sollievo del pericolo scampato è tangibile: le probabilità di sopravvivere sono inversamente proporzionali all’altezza che perde l’aereo in discesa. L’atterraggio porta con sé un rullio rassicurante. Il freno-motore ulula di gioia.

Noi tutti ci ritroviamo a contemplare il mondo attorno con rinnovato ottimismo.

Io, nel mio piccolo, rimando l’ebbrezza dell’alta quota al prossimo volo, cioè tra pochi giorni, in attesa di una qualche miglioria nel percorso di evoluzione della specie: il pipistrello mi riempie d’orgoglio, perché un mammifero che vola mi lascia ben sperare anche per noi.