La vita è breve, o troppo lunga, perché ci si possa concedere il lusso di viverla male

       

Gennaio, Da Nang City, Vietnam.

Ho iniziato l’anno all’ombra di un mare rabbioso e inospitale, di un color caffè con troppo latte, in un Vietnam centrale spazzato dalla stagione dei monsoni.

Pioggia, e poi pioggia, e ancora pioggia: “Tenere in luogo umido”, deve esserci scritto sulla ricetta per questo Paese, perlomeno durante un certo periodo dell’anno…

L’aria era di un grigio occulto, come un nero pallido visto attraverso un bianco sporco, che lentamente si scolorava all’orizzonte fino ad attestarsi su una tonalità tra l’inesistente e l’oblio. Venti di tempesta ululavano rancorosi, in un silenzio assordante di una natura scontrosa e teatrale, manco fosse nostra la colpa di esserne testimoni.

Facendo dell’immobilità la mia meta, osservavo dai margini della spiaggia tutto quel mondo che mi turbinava intorno.

Il mare, lagnoso e prevedibile, continuava imperturbabile a recitare i suoi salmi perpetuando così la propria esistenza, idealizzato dai poeti ma incapace di comprendere le passioni, i dolori e le aspettative di noi umani: quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi.

Il mare cancella le orme sulla sabbia, la marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno, è come se non fossimo mai esistiti.

Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui, sulla spiaggia: non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo, tempo che passa. E basta!

Quel giorno, il primo dell’anno, c’era qualcosa di speciale nello stare semplicemente lì, affacciato su quella plateale tempesta, senza fare nient’altro che respirare ed esistere. Nessuno scopo.

Se gli scogli avessero avuto il dono della parola avremmo potuto farci una chiacchierata; non che ce ne fosse bisogno, ma sarebbe stato interessante ascoltare cos’avevano da dire, e sapere se anche loro provano quel sentimento figlio dell’importanza di sé: la noia.

Nell’aria che sapeva di pulito, di acqua fredda e salmastra, quella felicità di essere tristi che chiamiamo malinconia si era impadronita di me: è proprio vero, il paesaggio altro non è che uno stato d’animo.

Quello non era un luogo, quello era una dichiarazione di intenti, una convergenza del tempo e dello spazio venuti ad incrociarsi proprio in quei momenti di questa mia vita che, bene o male, coincide pure con la mia esistenza.

Un futuro ce l’ho, o perlomeno lo dovrei avere, che forse verrà e che forse mi asseconderà. Altrimenti, se non fosse possibile avere a disposizione un felice avvenire, sarebbe opportuno mettere insieme un felice passato, appagante come un’illusione, discreto come un ricordo.

Il passato è passato, e va bene. Il presente nel suo piccolo sta passando, e anche questo diamolo per buono. Ma il futuro, chi ci garantisce che passerà? Si dice che domani è un altro giorno, ma quante volte il domani ci ha già tradito? Quante volte quel che credevamo o speravamo arrivasse non si è mai fatto vedere?

Va beh, non preoccupiamoci troppo… Del resto, la vita è breve, oppure è troppo lunga, perché ci si possa concedere il lusso di viverla male.

Felice anno nuovo!