Una serata ordinariamente straordinaria

       

Italy, year 1983

Che fame che ho! Che fame che fa!

È una delizia questa pizza! Fin dal primo boccone, succulento e provocatorio, ho capito che questa pizza con mozzarella di bufala, splendidamente abbinata a pomodorini pachino, non sarebbe passata inosservata.

Antonio, seduto di fronte a me, parla della sua futura moglie, delle incertezze del presente e di altre stronzate che fatico a seguire.

Sono distratto dalla sontuosità del sugo di pomodoro amalgamato così bene con il latte di mozzarella che mi esplode tra lingua e palato, dal refrigerio della birra gelata, dagli sconfinati orizzonti di beatitudine che mi si aprono quando gusto qualcosa di sublime, seppur calorico.

Perché le cose più buone della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare?

Guardo i gesti dei clienti nel locale pieno: le mani che afferrano pezzi di pizza e caraffe di birra, le bocche che masticano, le gole che deglutiscono, le lingue che puliscono le labbra, gli occhi dei vari lui alla ricerca di quelli delle varie lei.

Uomini e donne intrisi di partecipazione reciproca, pupille e mani che s’intrecciano con trasporto allegro, bisogno di contatto e di rassicurazione rinnovata.

Guardo il modo in cui le persone parlano tra loro, il modo in cui supplicano attenzione e donano interesse, occupano caselle di spazi mentali, ora avanti ora indietro, come in un antropologico gioco dell’oca.

«E alùra… mi stai ascoltando o no?» mi chiede Antonio un po’ seccato.

Ero tanto attento al mondo dei tavoli attorno, quanto distratto al tavolo a cui appartenevo. C’è poco da fare, anche nel microcosmo di una pizzeria sono attratto dall’altrove.

«Sì… certo che stavo ascoltando. Cos’è che stavi dicendo?» rispondo io in un balbettare comunque assente.

«Ti stavo dicendo che sono spaventato, perché sono veramente felice. Una felicità come la mia fa paura: penso proprio che si arriva a sentire una tale estasi solamente nel momento in cui la si sta per perdere.»

Machemminchia mi sta dicendo? penso io.

«Machemminchia mi stai dicendo?» penso e chiedo, io.

Antonio, con i suoi 23 anni, è poco più grande di me, eppure si trova già sul confine che separa la prospettiva di vivere una vita vera, con la certezza della tediosità del matrimonio.

Tutto è già stato pianificato: ‘sto sfigato tra un paio di mesi si sposa! E dire che fino a non molto tempo fa condividevamo l’ideale della rivoluzione, i propositi di viaggi nel mondo, oltre alle grandi sbronze d’ogni sera.

È proprio vero che la maggior parte delle persone, presto o tardi, svende i propri sogni e le proprie visioni per un posticino caldo nel ceto medio borghese!

Antonio usciva sempre con noi della compagnia; poi, a un certo punto, ha perso la testa per ‘sta Antonella e ha dimenticato tutto e tutti, affidandosi esclusivamente al bisogno di appartenere a lei.

Lei era una donna che cercava marito, lui era un uomo solo, che cercava una moglie: et voilà, il disastro è servito!

Antonella è per natura dotata della riservatezza endemica di ogni persona sicura di sé, non è particolarmente bella, ma sa farsi piacere. Sta sulle palle un po’ a tutti noi del gruppo, sia perché ci ha strappato un amico, sia per la palese ostilità che dimostra nei nostri confronti.

«Ma non capisci che con Antonella ho trovato la felicità, l’equilibrio emotivo? E se lei mi lascia io sono perduto. Quando l’ho incontrata la prima volta e l’ho vista, l’ho annusata, l’ho ascoltata, mi è parso che Iddio mi avesse ridato la costola. E se poi quello stesso Iddio se la volesse riprendere, magari senza anestesia, come potrei continuare a vivere?» dice Antonio, quasi farneticando.

Cerco di capire qual è il vero problema.

«A parte il fatto che non mi sembra tu abbia trovato tutto ‘sto equilibrio emotivo, perché mai dovrebbe lasciarti? È successo qualcosa tra voi?»

«No, niente di particolare, ma ogni tanto mi vengono un po’ di paranoie. Basta che lei abbia qualche luna storta, che io inizio a preoccuparmi, ad andare in panico» continua Antonio. «Mi rendo conto che tu, Michele, sei la persona meno indicata per parlare di queste cose, però ho bisogno di condividere le mie ossessioni.»

Guarda com’è messo questo! Come si può tradire la propria dignità umana in questo modo? Come si può rinnegare se stessi per annaspare nel pantano della più squallida ovvietà di un matrimonio?

«Scusa se te lo dico, Antonio, ma sai già cosa penso riguardo a coloro che decidono di convolare a nozze… e te lo posso ribadire con un indovinello: sai qual è la differenza tra‘o sole mio’ e un ‘cretino’? Non lo sai? ‘O sole mio’ sta in fronte a te, il ‘cretino’ sta in fronte a me… senza offesa, naturalmente.»

Provo pena per lui. Eh no, cari miei, io non farò mai questa stronzata. Io non mi sposerò mai! La vita famigliare, oltre a comunicarmi un avvilimento da criceto nella ruota, la ritengo un’interferenza della vita privata.

Troppe volte, la famiglia altro non è che il rifugio di coloro che non sono riusciti a crescere in se stessi e a realizzare i propri ideali. Il tedio di una vita di coppia è una condanna: siamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli.

«Hai delle responsabilità, non sei più padrone della tua vita! Come si può essere così masochisti da programmare di passare tutta una vita, l’unica che abbiamo, di fianco alla stessa persona, con tutte le responsabilità e le rotture di coglioni che ne conseguono? Chi te lo fa fare di prenderti in casa una sconosciuta?» incalzo io.

«Tu non te ne rendi conto, Michele» replica lui, guardandomi con una certa sufficienza: probabilmente suscitiamo reciproca commiserazione. «Quando finalmente incontri la donna ideale, perfetta per te, le porte del paradiso in terra si spalancano, la tua vita, passata presente e futura, ha finalmente un senso. Antonella è come se fluttuasse nell’aria invocando il passato, rivelando il presente, scoprendo e profetizzando il futuro. In lei si fondono erotismo e castità, pornografia e rivelazione, adorazione di Dio e della natura. È bellissimo starle accanto!»

Lo guardo con un’empatica smorfia di compassione e altrettanta commiserazione, e rilancio.
«Caro Antonio, proviamo allora a fare un ritratto della donna perfetta in base a tutto quello che noi cerchiamo in essa, tanto per renderci conto che quest’unica persona ideale in cui desideriamo inglobare le tante ragioni diverse d’attrazione semplicemente… non può esistere!  Vogliamo una che crede a qualsiasi cosa noi diciamo, ma che ha anche una grandissima capacità di giudizio; una che ci sta attaccata, ma è anche perfettamente autonoma; una che è affettuosa, ma anche imprevedibile; una che sia nostra preda, ma nello stesso tempo nostra cacciatrice; una che comprende benevolmente ogni nostro intimo aspetto, ma che asseconda qualunque parte noi vogliamo recitare.»

Prendo fiato e continuo.
«Una che è sempre presente, ma anche che ci sfugge continuamente; trasparente come cristallo, ma anche piena di zone d’ombra; che condivide i nostri stessi interessi, ma che riesce a sorprenderci continuamente; che sia al nostro fianco senza alcun sforzo, ma anche un meraviglioso oggetto da mettere in mostra. Una che sia adulta e responsabile, ma nello stesso tempo anche ingenua e fanciullesca; che sia come noi e diversa da noi. Riesci a immaginartela una così nella realtà? Diciamo pure che non può esistere!»

Lo guardo, orgoglioso della riflessione che ho appena esposto. Mi accendo una sigaretta e gli sbuffo il fumo in faccia: so che gli dà fastidio, ed è per questo che lo faccio.

Lui ribatte.
«Vedi che continui a sbagliare, Michele? Ti fai sovrastare da infinite masturbazioni cerebrali che non ti fanno capire la vera essenza e la linfa dell’amore, che è la sintesi della vita stessa!»

Antonio mi parla con una foga da invasato, con un trasporto che non conoscevo in lui.

Io sono convinto che, alla fine, qualunque storia d’amore si sgretoli, una volta assestata e stabilizzata, una volta esaurite le idealizzazioni e le varie dissimulazioni per dare un senso alle scelte fatte a suo tempo. L’amore eterno dura finché dura, poi si finisce per tollerarci a vicenda e, nel migliore dei casi, si evitano i furiosi litigi, magari con la scusa dei figli, abituandosi alla presenza dell’altro e limitandosi a deambulare in uno spazio comune senza partecipazione emotiva. Direi che quello che riteniamo amore eterno, in realtà altro non è che abitudine eterna!

«E poi vuoi mettere la gioia di diventare padre, di avere figli somiglianti a te che ti scorrazzano attorno e ti chiamano papà?» continua Antonio.

Minchia, che tristezza l’idea di essere condannato, come un ergastolano, a vivere in spazi ristretti e affollati da chiassosi pargoli frignanti e da una moglie noiosa e molesta.

Bravo Antonio, hai proprio reso l’idea. mi hai convinto, seppur convinto lo ero già: giuro che non mi sposerò mai e mai avrò figli!

Gli dico, con poca convinzione di far breccia nel suo fondamentalismo:
«Mah… io son sempre dell’idea che nel matrimonio uno chiede all’altra tutta la felicità del mondo, e quando scopre che l’altro non è in grado di fornirgliela spontaneamente, trova legittimo usare qualunque strumento per ottenerla, e allora sono minacce, lacrime, porte sbattute, grida, bambini tirati di mezzo. Ne vale la pena? Lo sai che la causa originaria del divorzio è proprio… il matrimonio?»

«Su dai, piantala. Guarda per esempio la coppia Greta e Salvatore; non vedi come stanno bene insieme? Non vedi come sono strafelici con il loro piccolo Tomasino?» mi dice lui parlando di due amici comuni.

Pure Greta e Salvatore, prima di avere il bimbo, che oggi ha un anno, avevano grandi propositi di studiare in Inghilterra, di avviare un’attività in Australia, di approfondire la loro passione per la recitazione. Però, da quando c’è il baby, hanno rimosso ogni sogno e ristretto ogni orizzonte, che non sia lo scucchiaiare pappe e ninnare ninne nanne. E ora vivono solo per lui. Più che amare il figlio, si amano nel figlio.

Rispondo io, un po’ infastidito dagli stereotipi viventi dei quadretti famigliari:
«Ecco, proprio loro… ma hai visto come si sono ridotti da quando è nato Tomasino? E che non mi dicano che è colpa del bambino. I bambini non sono un problema, il problema è che noi adulti li facciamo sin troppo volentieri diventare una difficoltà. Sono la scusa per abbandonare la squadra dei grandi e svignarcela nella mediocrità. I bambini non possono farci nulla se i loro genitori decidono di regredire ad abitanti delle caverne. Non ci sono più visioni, obiettivi nobili, non c’è più nessuna collettività; soltanto istinti primordiali. E si sentono sempre le solite frasi noiose: prima volevo cambiare il mondo, volevo recitare, volevo viaggiare, ma da quando c’è il baby tutto ciò è privo d’importanza. Tutto gira attorno al marmocchio. Ci si aspetta che tutti guardino affascinati il piccolino che vomita la pappa sul bavaglino e guai a chi vuole parlare di qualcosa di diverso! Sinceramente mi dà un po’ fastidio vedere tutto ciò.»

Antonio sbuffa, un po’ rassegnato all’evidenza della reciproca incomprensione.

«Dolce e caffè?» ci chiede il cameriere, interrompendo una conversazione che mi stava dando nausea.

«Beh, sì. Meringata, caffè e grappa, in ordine cronologico» rispondo io. Per lui solo il caffè.

Stufo di una discussione su figli e matrimoni, cambio discorso.

«Parliamo di cose serie. Con chi gioca il Toro domenica?»

Anche lui, come me, è tifoso del Torino. Dopotutto il calcio è creazione, immaginazione: un cartone animato per chi bambino non è più.

«Andiamo a Catanzaro. Dai che quest’anno si va in Uefa!»

Da sempre, esibisco il mio torinismo come una ferita di guerra, una decorazione del destino, un contrassegno dell’origine. Troppo spesso perdiamo, o perlomeno non vinciamo, ma mi piacciono persino le sconfitte, accettate con dignità e riscattate con rabbia. Mi piace il calore, il colore, il sudore, l’onore di essere del Toro.

Scusate ma non c’è altra squadra che possieda un così alto patrimonio di sentimenti, un passato da mito, un senso così alto di appartenenza. Si soffre, è innegabile, ma se è vero, come è vero, che la gioia più bella nasce dalle sofferenze, per il popolo granata allora dovrebbero essere spalancate di diritto le porte del paradiso, perché di sofferenza, da queste parti, non ce n’è mai abbastanza.

Ebbene sì, pure io, come tutti i tifosi, ho appena dimostrato di essere sportivamente fazioso, molto fazioso e, a essere sinceri, fazioso è colui che fa di un’opinione un feticcio…

Dopo il rito della grappa e dell’ennesima sigaretta, paghiamo e usciamo dal locale.

È quasi tardi: qui viene tardi molto presto. Passo un attimo al bar e poi vado a casa.

Fuori è notte ormai, non più sera ma notte fonda, da buio pesto. La sera di solito ha il pomeriggio appeso alle falde della giacca, ha vere e proprie pagliuzze di luce che le aderiscono ai baveri come lanugine, ma la notte è intransigente, è estrema. I margini scuri del giorno sono stati cancellati dalla densa resina del buio, oscurati dal suo getto di nero di seppia.

M’incammino lentamente verso il bar del paese. Mi piace fare passeggiate serali, da solo, a piedi. Mi piace assaporare i luoghi da un’angolatura notturna, nascosta.

Mentre nessuno mi osserva, posso guardare le case, i giardini, la poca gente che è in giro a divertirsi. Mi sento come un osservatore esterno che guarda il mondo senza paura, perché la notte mi protegge con il suo velo d’invisibilità.

Sento alle mie spalle dei passi femminili mentre i tacchi battono sull’asfalto e, con un brivido da eccesso di testosterone, penso alle gambe attaccate a quei tacchi e alla Mecca dove portano.

Il bar mi aspetta, con la sua solita aria triste e patetica. Avrebbe proprio bisogno di una bella rimodernata, ma Anacleto, il proprietario, non mi sembra molto dell’idea di farlo.

Questo è un bar come se ne trovano in ogni piccolo paese: bancone in marmo sintetico, fondi di liquori allineati su opachi scaffali, espositore delle merendine senza merendina alcuna, illuminazione un po’ sfocata, farinosa, tavolini e sedie asimmetrici, televisione accesa su un gioco a premi con un volume decisamente alto.

Anche il barista, Anacleto, è di quelli che se ne trovano ovunque, impersonale e riservato. Come ogni volta che entro nel suo locale, vedo lui che sta asciugando un bicchiere da birra, probabilmente sempre lo stesso, da una vita.

Lui è uno che parla poco, probabilmente è abbastanza sicuro di sé da non provare la necessità di impressionare gli altri. Di solito, prende atto del mondo con la pacatezza di un critico teatrale senza lasciarsi coinvolgere dai pettegolezzi “da bar”.

Sarà per quello che lavora poco. I clienti vanno lì proprio per lo spettegolamento, per potersi confrontare e dare un significato alla pochezza della propria esistenza.

Del resto, una persona che non ha alcuna virtù in sé invidia sempre la virtù negli altri, perché gli animi degli uomini si nutriranno o del proprio bene o del male altrui, e chi manca dell’uno, si ciberà dell’altro, e chi non può sperare di raggiungere la virtù di un altro, cercherà di pareggiarlo deprimendone la fortuna con il pettegolezzo e la maldicenza.

Seduta sola a un tavolino c’è la Assunta, con la solita Sambuca in mano. Mi vede e mi dice:
«Ciao Paul. Sempre disoccupato cronico? Niente di nuovo sul fronte lavoro?»

«Niente» rispondo scocciato dalla domanda. «Riesco ancora a difendere la mia condizione libera di disoccupato, sempre meglio di schiavo sotto qualche padrone sfruttatore. Sono orgoglioso di non saper fare niente che possa servire a qualcuno per sfruttarmi. Con calma, vedrò il da farsi per il mio futuro, se mai avrò un futuro.»

Assunta è una donna cinquantenne, sola, delusa dalla vita, seppur si sia applicata non poco per dare un senso a tutto. Ha avuto diverse storie con ragazzi o uomini della zona, senza però mai riuscire ad arrivare al matrimonio e avere figli, come avrebbe fortemente voluto.

A volte si riesce a riconoscere, in una donna non più giovane e senza figli, le caratteristiche dei bambini che non ha mai generato. Il suo corpo è popolato dal vago profilo di anime che ancora non hanno vissuto, di precoci fantasmi, di spettri preannunciati.

Destinati esclusivamente a lei e a nessun’altra, chiedono asilo nel suo grembo e non se ne vanno, restando in un’attesa vana e, molto probabilmente senza fine. Come citelli ectoplasmici, si inseguono nei suoi condotti lacrimali, si espandono brillando per mezzo dei suoi sospiri. Spesso, con discrezione, le colorano la voce mentre parla con qualcuno.

Quando versa il vino, sono le loro allegre acrobazie a rovesciare il bicchiere. La chiamano per nome quando attorno a lei passano bambini veri. I baby-fantasmi sono i suoi più intimi compagni, ma comunque la lasciano alla sua solitudine, e non le portano più rancore di quanto ne porti un seme a un frutto non mangiato.

Come incorporee fosforescenze, come eterei angeli custodi, la seguono, e la seguiranno, per tutta quell’eternità che la trascendenza dell’assoluto ha designato per lei.

Mi dice lei, sospirando commiserazione:
«Te la prendi sempre con calma quando si tratta di fare delle scelte, ma la vita non è una cenetta al ristorante, dove si assaporano i piatti e si degusta il vino con calma chiacchierando con gli amici. La vita è un pasto a buffet in una mensa a buon mercato, dove ci si sbraccia e si sgomita per riempirci il piatto prima che gli altri finiscano tutto, dove non si può assaggiare prima, non si può temporeggiare, bisogna riempirsi, razziare energicamente e ingollare senza masticare; poi, un giorno, magari ruminare il tutto quando saremo in pensione, se mai vi arriveremo.»

Che palle l’Assunta! Quando acchiappa tra i denti un argomento, non lo molla più.

Le rispondo, un po’ scocciato, con una metafora che ho letto ieri sul giornale:
«Il mondo è costituito di due grandi classi: coloro che hanno più cibo che fame, e gli altri che hanno più fame che cibo. Ebbene, io non ho né fame né cibo, quindi va bene così. Hai  capito, cara la mia Assunta?»

Anacleto interviene nel dialogo, sdrammatizzando con una delle sue.
«Ma sì, va bene così… cosa stai lì a correre, a dannarti, a fare grandi progetti nella vita, che poi magari passa un camion e ti asfalta come un riccio? La vera felicità è nelle piccole cose: un piccolo castello da favola, un piccolo jet privato, una piccola montagna di soldi, un piccolo megapatrimonio.»

Come sempre, Assunta vuole avere l’ultima parola.
«Sì, hai ragione, Anacleto. Non fare niente nella vita, tanto se passa il camion tutto finisce e rende inutile qualunque cosa, ma il problema non è se passa il camion e t’ammazza, il vero problema è se quel camion non passa e ti tocca vivere, il che in realtà è molto più probabile. Come affronti le responsabilità che l’esistenza ti impone?»

Vuole avere l’ultima parola, e gliela lasciamo… che palle ‘sta Assunta!

Cerco di distrarmi guardando una serie di scialbe stutuette in una bacheca. Hanno strane forme, color finto-argilla, coperte di piccole alghe plastificate. Prendo in mano la più grande e ci soffio dentro, generando una vibrazione sonora piuttosto macabra che sa di presa per il culo.

«Certo che ai nostri tempi non c’era tutta quest’apatia che c’è nei giovani d’oggi, vero Anacleto? Una volta si stava decisamente meglio, no? Dillo a ‘sto scapestrato» continua Assunta, nonostante le avessimo concesso il privilegio dell’ultima parola.

Meno male che Anacleto non è un tipo molto convenzionale e sa rispondere per le rime, attingendo direttamente al suo bagaglio culturale.

«Ah Assunta, che banalità l’aggrapparsi alla memoria del tempo che fu. Nei ricordi le cose si ammorbidiscono miracolosamente, ma secondo me il passato fatto di miseria e desolazione non va idealizzato. L‘essere umano è conservatore per indole e ogni generazione ha sempre urlato contro i danni della modernità, giudicando il nuovo peggiore del vecchio. Addirittura Cicerone condannava i suoi tempi corrotti, inneggiando alla purezza della Roma delle origini. E Tacito malediva il rilassamento morale dell’Impero, contrapponendola alla integrità della Roma di Cicerone. Persino grandi scrittori e grandi intellettuali hanno sofferto, e soffrono, di torcicollo emotivo, l’umana malattia che porta a leggere il passato con l’occhio deformato dalla nostalgia. Dell’oggi che ci tocca vivere, siamo portati a vedere più i pericoli che le opportunità, sia a causa della poca conoscenza del mondo che ci circonda, che per la incostanza del nostro essere.»

Bravo Anacleto, con questo hai zittito Assunta. Per esperienza, so che quando lei non riesce a mantenere il dialogo entro certi limiti, preferisce svicolare rifugiandosi nel silenzio.

«Parliamo di cose serie. Cosa fa il Toro domenica a Catanzaro? Un bel pareggino per muovere la classifica?» mi chiede il Anacleto con il solito sorrisetto ironico da juventino.

«Mammamia! Domenica vinciamo cinque o sei a zero, caro il mio bel gobbo» rispondo io con esagerata convinzione.

«A proposito di voi granatisti, ho saputo che Antonio si sposa presto. Vai al matrimonio?»

«Eh sì, Anacleto. Ci devo andare. Non sono un grande amante di queste cerimonie, però lui è un amico. Conosci la sua donna?»

Lui fa una smorfia e dice:
«Ci ho parlato solo un paio di volte, ma le conosco bene quelle come lei… mi ricorda, ahimè, la mia ex moglie.»

Anacleto è divorziato ormai da parecchi anni e ha un figlio che vive con la madre.

Ho sentito una volta la sua ex moglie confidarsi con mia zia: «Credevo ingenuamente di aver incontrato un capitano di lungo corso, un principe azzurro che mi avrebbe sorpreso e mi avrebbe riempito di entusiasmo per tutta la vita, invece mi sono ritrovata con un bamboccio amorfo ed egoista che sa solo pretendere attenzione e provare a farsi servire.» E stava parlando proprio di Anacleto…

«In che senso?» chiedo un po’ preoccupato per Antonio.

«È difficile, credimi, è una donna difficile! È una di quelle donne mutevoli, difficili da accontentare, capricciose. Anche la mia ex moglie lo era e, paradossalmente, forse proprio per quello mi piaceva da morire. Ci si amava, immaginavamo un grande futuro insieme, ma venne un momento in cui tutto questo si è esaurito. Non è finito improvvisamente; si trattava piuttosto di crescente negligenza e apatia. Ormai eravamo rassegnati alla convivenza, non ci si cercava più, le nostre esistenze erano alla deriva dell’indifferenza.»

L’atmosfera nel bar, già triste di per sé, si stava intristendo ancor di più, per quanto questo potesse essere possibile.

Anacleto, ormai in umore di confidenze, continua.
«Dietro la maschera della libertà che si concede a chi si ama, spesso si nasconde la noncuranza, il desiderio di non essere coinvolti. C’è un margine impalpabile tra le varie contingenze possibili, varcarlo o non varcarlo è questione di un attimo, di una decisione che si prende o non si prende e il cui vero valore verrà compreso solo quando l’attimo sarà passato. L’amore non è fatto per gli indolenti perché, per esistere, l’amore ha bisogno di intuito, di lungimiranza, e a volte vuole azioni tempestive e precise, non dissimilando la pigrizia con l’abito nobile della libertà. È così difficile intuire le innumerevoli forze che gravitano attorno a un rapporto, ma è tanto facile ingannarsi in atteggiamenti inopportuni. Troppo spesso ho sentito parlare di costruire una relazione sentimentale, ma le relazioni non si costruiscono, si vivono, e nel viverle si consolidano, altrimenti si esauriscono.»

Una delle cose atroci che può succedere a una famiglia, o a qualsiasi rapporto sedimentato, è il considerare scontato il fatto di esserci. Ritenere scontato che una persona ritorni a casa la sera, magari dopo un giorno di lavoro, senza alcuna particolare meraviglia né allegria quando accade. Considerare scontati tutti quei gesti che all’inizio della vita sentimentale parevano così straordinari e gioiosi.

«Se io potessi tornare indietro nel tempo, modificherei non poche cose della mia vita. Probabilmente proverei a essere un marito migliore, un po’ più attento e premuroso, forse… Purtroppo, guardando indietro, c’è sempre qualche cosa che avremmo voluto non fare. Alla fine però non è poi così male: un minimo di rimorso spesso fa vivere meglio di come si vivrebbe. È il tentativo di parificare i piatti della bilancia ed essere pronti a solcare il fiume fatale dell’aldilà.»

In evidente stato di sconforto, Anacleto si rifugia nel retro.

Io, un po’ imbarazzato, alzo gli occhi verso la TV e scivolo in uno stato di passività ipnotica di fronte alle ballerine con i culi scoperti, ai presentatori-burattino, al delirio farneticante di presunti comici, ai vecchi politici travestiti da nuovi politici che continuano con il loro teatrino ipocrita e ammiccante fatto di opinioni prive di significati o intenzioni che non siano quella di rimanere lì per sempre.

La loro conversazione spocchiosa e insistente mi precipita addosso come un brutto mare pieno di alghe viscide e crostacei morti.

Stuzzico Assunta, che so non condividere certe teorie:
«Non li vedi che miserabili ‘sti politici? Parlano solo e non combinano una sega! Da anni promettono a vuoto grandi riforme, grandi progetti, e poi tutto svanisce nel nulla. Quella che chiamiamo e osanniamo democrazia promuove al potere gli incapaci, i corrotti, i meschini. La democrazia premia la mediocrità e le frottole pubblicitarie, non la ragionevolezza e l’impegno morale.»

Lei, quasi lieta della provocazione, risponde.
«La democrazia è figlia dell’Illuminismo sin da quando la ragione divenne la principale matrice di autorevolezza. In tale sistema politico, le autorità debbono comunque rendere conto a un’opinione pubblica e far fronte al giudizio degli elettori. In alcuni casi, la democrazia può essere un impedimento: le minoranze hanno dei diritti anche se sono in torto e possono frenare riforme più o meno necessarie. L’inderogabile bisogno del consenso può causare inerzia. Del resto, il decisionismo può portare a una ripartizione scorretta del prezzo da pagare per lo sviluppo finendo poi col fare probabilmente fatica a identificare i guasti compiuti e a cambiare la rotta. Senza una dialettica tra le varie forze politiche e sociali, le tensioni si accumulano silenziosamente fino al momento in cui il tappo salta e la nazione cade in una crisi violenta. E tu, Paul, da che parte stai, politicamente parlando?»

«Beh, diciamo che sono di una sinistra un po’ estrema. Sono contro il capitalismo, contro lo sfruttamento, contro la guerra e a favore della pace e così via» rispondo vergognandomi un po’ senza sapere il perché. Dov’è la mia audacia rivoluzionaria?

Prosegue Assunta rispondendo alla mia timida ostentazione.
«La teoria dell’estremismo di sinistra prevedeva che il capitalismo sarebbe scomparso ignominiosamente, che la società comunista sarebbe stata edificata come sicuro baluardo per la massima salvaguardia della dignità umana. In verità, il sistema capitalistico, non quello selvaggio, ha portato al rispetto dell’operaio, mentre la realtà del sistema marxista l’ha schiavizzato. Del resto, bisogna convenire che nessuna persona intelligente e onesta può affermare che il comunismo, per quanto bene intenzionato, non è altro che un disgraziato errore economico e psicologico, oltre che fatale per decine di milioni di individui.»

Guardandomi negli occhi con autorità latente, Assunta continua.
«Per quanto riguarda le guerre, si è visto che popoli comunisti si sono combattuti tra di loro, quindi la guerra non è colpa solo del mondo capitalista. Pensa che Kant, duecento anni fa, formulò una teoria che finora ha resistito alla prova dei tempi: secondo lui, uno dei presupposti per la pace universale è la democrazia. Da allora ci sono state tante guerre fra dittature, o che hanno opposto paesi democratici e nazioni rette da dittature, ma non è mai scoppiato un conflitto armato tra due paesi a regime democratico. E, dato di fatto, aveva ragione…»

Beh, devo dire che è un bel discorso. Non mi aspettavo dalla Assunta ‘sto popo’ di dialettica. Possibile che continuo a incontrare gente che mi zittisce? Pure una vecchia semi alcolizzata che passa le notti al bar si mette in cattedra davanti a me?

«Per contro, ammetto che in Italia le derive del sistema sono andate un po’ troppo oltre» continua lei. «Il vero problema nel nostro paese è l’autorità debole, che con la sua debolezza finisce per acconsentire e legittimare qualunque ribellismo. Non è difficile governare l’Italia, è impossibile, con tutti i suoi difetti travestiti da qualità: pavidità camuffata da bontà, mancanza di regole mascherata da tolleranza, negligenza travestita da libertà, volgarità confusa con spontaneità, barbarie mimetizzate da folklore.»

Vorrei lanciarmi nelle mie antitesi Anarco-insurrezionaliste, ma sinceramente ho un po’ di soggezione del confronto dialettico, seppur non lo ammetta neanche a me stesso.

Riappare Anacleto dal retro con un bel bicchiere di grappa in mano, la medicina che rianima da ogni depressione: ne bastano un decina per dimenticare, perlomeno per qualche ora.

È ormai mezzanotte passata, direi che è giunta l’ora di tornare nella mia catacomba. Pago il conto con i pochi soldi rimasti, saluto tutti e me ne vo’, uscendo nel buio della piazzetta.

Mi piace, nell’oscurità silenziosa della notte, osservare il cielo e ascoltare i rumori della natura che dorme. Ci sono notti in cui ogni ombra sembra carica di significati.

Nell’universale armonia del creato e nella pace dei sensi, le misteriose competenze esoteriche dello spirito infinito si confidano pronunciando segreti e ineffabili idiomi, affidando al vento risposte indistinte nell’eco astratto di uno sbiadito colore lunare.

Di notte si ascolta molto meglio il mondo, perché il sapore del mondo se n’esce forte, acre, profondo. Di notte le cose parlano. Di notte gli uomini ascoltano e le cose parlano. La notte è il tempo dell’impercettibile. Ci sono colori nella notte. Ci sono tutti i colori del buio. Ci sono incontri nella notte. Ombre che diventano giganti, così grandi che ci sembra di non avere le braccia abbastanza lunghe per poterle abbracciare.

Alla fine arrivo a casa, nella umile dimora ove dimoro, e, in questa notte così ordinariamente speciale, lascio al mondo che mi circonda quel po’ di realtà che resta, mentre io, piano piano, sfumo nel mio piccolo angolo di mondo, squamoso e gaudente: mi addormenterò e dormirò dormendo, e in quel sonno sognerò, perché io so sognare.

Buonanotte a tutti Voi!